Ritrovato in Egitto il sarcofago della regina Bahnou

Ritrovato in Egitto il sarcofago della regina Bahnou

il med - redazione ilmediterraneo
Monday 08 March 2010 PARIGI - Una missione archeologica francese ha scoperto, nelle vicinanze del Cairo, un sarcofago di granito rosa e basalto nero con all’interno la mummia di una regina sconosciuta della sesta dinastia.

Molto probabilmente è Bahnou, una delle regine della sesta dinastia, che governò l’Egitto dal 2374-2192 aC. Ma non si sa ancora con certezza, se si tratta della sposa di Pepi I (- 2354 a - 2310) o di Pepi II (- 2300 - 2206), ha detto il capo del Supremo Consiglio delle Antichità, Zahi Hawass.
Il sarcofago si trova tra un gruppo di piramidi di regine, vicina a quella del faraone Pepi I., a sud della Piramide di Saqqara. Collombert Philippe, il leader del team francese, ha detto che Bahnou era “probabilmente” la moglie di Pepi II.

Il sarcofago di 2,6 m di lunghezza e 1,10m d’altezza è stato trovato nella camera sepolcrale, dove si svolgevano le preghiere per facilitare il passaggio della regina in vita dopo la morte. Su un lato del sarcofago, ci sono dei geroglifici che indicano che la regina è la moglie del re e la sua amata. Inoltre sono stati trovati strisce di lino usato per avvolgere la mummia di Bahnou.

Galal Mouawad, ispettore di antichità che ha lavorato con il team francese, ha detto che questa scoperta è “molto rara”. “La rarità di questo (…) sarcofago è dovuto al fatto che il corpo principale è di granito rosa, mentre il coperchio è di basalto nero” - ha detto - e non esclude che la copertura potrebbe appartenere a un altro sarcofago prima di essere messa sul granito rosa della regina Bahnou.

I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma

I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma: catacombe moderne e misteri antichi

Autore: Romano Maria Levante Sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma

La visita agli scavi sotto la prima Basilica cristiana dà inizio ai “venerdì di Archeorivista”, un appuntamento settimanale ai lettori con i ritrovamenti e i misteri dei reperti dell’antichità, che in Santa Maria Maggiore vede riassunti tanti motivi di particolare interesse e di indicibile fascino.

Nulla di catacombale si preannuncia nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma nel centralissimo rione Esquilino, nelle vicinanze della Stazione Termini in una zona con altre preesistenze e basiliche di grande pregio storico e artistico, da Santa Prassede a San Martino ai Monti. Si erge maestosa nella sua bellezza monumentale, con la deliziosa loggia delle benedizioni all’esterno affrescata in alto, le imponenti scalinate semicircolari di accesso dai due lati in basso.

La leggenda e il mistero della Basilica Liberiana

Ma entrando nella sua storia leggenda e mistero formano una miscela intrigante, c’è anche una nevicata il 5 agosto a Roma e una basilica costruita per celebrare l’evento su disposizione del papa Liberio con la liberalità del patrizio Giovanni; ad entrambi la Madonna avrebbe annunciato in sogno il prodigio della neve d’agosto sull’Esquilino dove si incontrarono tra la folla accorsa e il papa disegnò sulla coltre bianca i confini della chiesa. Si era tra il 352 e il 358, la basilica divenne realtà e ogni anno si celebra l’evento leggendario in Santa Maria Maggiore il 5 agosto con una pioggia di petali bianchi nella Cappella Paolina. Dalla leggenda al mistero il passo è breve, perché la Basilica Liberiana non corrisponde a quella attuale costruita tra il 432 e il 440 da papa Sisto III, iniziando l’anno dopo il dogma della maternità divina della Madonna proclamato nel Concilio di Efeso del 431.

Liberio fecit basilicam nomine suo iuxta Macellum Liviae” la fonte ne indica così l’ubicazione, ma non sono state trovate tracce nella zona, di qui il mistero della sua “scomparsa”. E’ la prima grande basilica cristiana di Roma, dopo l’editto di Costantino del 313, in precedenza i luoghi di culto erano messi a disposizione dai membri della comunità per radunarsi, non essendovi esigenze di carattere rituale né architettonico, bastava riunirsi per trasmettersi il messaggio in sedi private. La basilica paleocristiana di papa Sisto fu fondata un secolo dopo sulla sommità nord dell’Esquilino.

I motivi di interesse di questo primo “venerdì di Archeorivista”

Per questa sua primazia, alla quale si unisce l’attrazione della leggenda e del mistero, abbiamo voluto iniziare i nostri “venerdì di Archeorivista” da Santa Maria Maggiore. Nei suoi sotterranei possiamo trovare i principali motivi di interesse e il fascino tutto particolare della fruizione di beni culturali e memorie del passato che regala l’archeologia allorché si visitano i siti e l’arte antica.

Abbiamo detto venerdì scorso, nel commentare l’indagine dell’Associazione Civita sul pubblico dell’archeologia, che mentre dinanzi alle opere d’arte si è presi soprattutto dalla bellezza e dall’emozione al cospetto di rappresentazioni suggestive dove c’è da decifrare soprattutto lo stile e la peculiarità dell’artista, nel sito archeologico il fascino è dato da quello che non si vede ma si intuisce perché ad esso fanno risalire gli indizi visibili in quanto supportati da fonti storiche, induzioni e anche supposizioni aperte a tutti.

Ci si trova a investigare e fare ipotesi ad alta voce e, quando la visita, come di solito, avviene in gruppo diventa un gioco coinvolgente, animato e partecipato. Tutto questo abbiamo riscontrato nella visita ai sotterranei di Santa Maria Maggiore, dove gli scavi con i reperti archeologici penetrano tra le fondamenta della maestosa cattedrale. Ci siamo aggregati al gruppo dell’Associazione culturale Info.roma.it, che organizza di continuo visite guidate nei siti archeologici e nelle chiese, nei palazzi e negli altri infiniti luoghi d’arte romani, con la dottoressa Adelaide Sicuro, archeologa accompagnatrice del gruppo, che dosa certezze e ipotesi riuscendo ad acuire l’interesse e a superare le eventuali delusioni iniziali rispetto ad attese non corrisposte.

La prima è stata lo scoprire che l’assetto catacombale del sito non dipende da vere e proprie catacombe, anche se siamo nella zona dove si trovava la necropoli dell’Esquilino, in un bosco sacro nel punto più alto della città, e se ne sentiva la presenza nell’aria, per così dire. La zona era inclusa solo parzialmente nelle Mura Serviane, in particolare per le Ville di Mecenate, vi erano parecchi luoghi di culto pagano, in particolare per Giunone Lucina che presiedeva alle nascite: per la fertilità e per prepararsi al parto ci si rivolgeva alla dea invocandola a mezzo di riti popolari con corse di giovani sotto i colpi della sferza. La zona, degradante verso la Suburra, continuò ad avere grandi orti e in parte fu urbanizzata. E’ attraversata dall’attuale Via Urbana, asse stradale di allora. Secondo alcune ipotesi la basilica nel nome della Madonna avrebbe potuto contrastare, con la sua immagine di Madre e con la natività divina, l’antico culto pagano legato a fecondità e maternità.

Abbiamo chiamato i sotterranei catacombe moderne perché in qualche modo le richiamano, trattandosi di cunicoli che si aprono in anditi e girano lungo il perimetro della Basilica creando dei sostegni. Nella loro modernità c’è il merito di essere stati il frutto di scavi decisi per un motivo funzionale: consolidare il sottosuolo per l’assetto statico e creare un’intercapedine intorno in modo da ridurre l’eccessiva umidità proveniente dal terreno essendo le fondazioni e le mura dell’edificio addossate alla collina; umidità tale da minacciare il prezioso pavimento cosmatesco della Basilica.

E’ vero che sin dal ‘700 si parlava di resti romani sotto la costruzione, ma non si era andati oltre queste sensazioni fino alle indagini e ai primi lavori del 1930-31 allorché si ebbero delle conferme; soltanto i lavori compiuti tra il 1964 e il 1971 per volontà di Paolo VI hanno portato a bonificare 1500 metri quadri di sotterraneo, i due terzi della superficie, di cui 500 per il Museo della Basilica.

Quindi un vasto scavo perimetrale senza che si sia andati sotto al corpo centrale. E sono stati proprio questi lavori a far venire alla luce reperti di notevole interesse che risalgono ad epoca anteriore alla realizzazione della Basilica cristiana, oltre a resti umani trovati nel sottosuolo.

Spiegato il senso delle catacombe moderne restano i misteri antichi del nostro titolo, ma questi non li possiamo conoscere all’inizio della visita, si dipaneranno nel corso della stessa con le notizie che l’archeologa Adelaide Sicuro dispensa dosandole con accortezza per creare un clima che presto va oltre l’interesse culturale. Il “corpus “completo di notizie lo dobbiamo alla cortesia del Prefetto del Museo della Basilica Papale, monsignor Michal Jagosz, a lui dobbiamo anche le immagini.

Sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma

I reperti visibili

Innanzitutto i reperti visibili, due muri di “opus reticulatum” di un grande edificio romano. risalente al I secolo avanti Cristo fino all’età di Cesare, resti di un ambiente con delle nicchie e apparati di riscaldamento con parti di muro recanti dipinti e tracce di pavimento con mosaici.

Si è constatata la caratteristica tipica dei siti, l’evoluzione nel tempo con la costruzione di nuove strutture su quelle precedenti: qui sembra si tratti di due stanze aggiunte tra il II e il III secolo che furono prima decorate con marmi alle pareti, poi con affreschi: si tratta di un calendario agricolo diviso in due semestri la cui collocazione potrebbe essere o sulla stessa parete o su due pareti, una magari nella parte opposta del periplo dei sotterranei. Del calendario, in gran parte svanito, si apprezzano i resti di affreschi finemente decorati e le iscrizioni sulle operazioni stagionali. E’ il più antico pervenuto e l’unico nel luogo in cui fu affrescato; Filippo Magi, a cui va la scoperta, lo ritiene di poco successivo al 332 dopo Cristo perché sono menzionati i Ludi sarmatici celebrati dal 25 novembre al 1° dicembre dopo la vittoria in tale anno di Costantino sui Sarmati.

L’interesse della visita si è acuito, e si cerca di acuire anche la vista per distinguere i reperti visibili di un’opera di così grandi dimensioni: apprendiamo che nei 17 metri di lunghezza per ogni semestre erano scritti a caratteri bianchi su sfondo rosso i fatti da ricordare; i pannelli relativi ai singoli mesi intervallati per quasi tre metri tra l’uno e l’altro da dipinti di scene relative ai lavori del singolo mese. Il più visibile è il mese di settembre restaurato nel 2000 a cura dei Musei Vaticani con una veduta agreste finemente dipinta, una costruzione al centro, scene bucoliche intorno. Si avverte la delicatezza delle figure dipinte, alte meno di dieci centimetri, e si intravedono le scritte sui ludi circensi in corrispondenza della prima decade di ottobre e sui ludi sarmatici alla fine di novembre.

Ci fu una successiva fase di affreschi forse per il deterioramento di quelli preesistenti e il calendario venne ricoperto da pitture di scarso valore di tipo geometrico con decorazioni colorate a scacchiera. Una chicca, per così dire, è il palindromo latino che si intravede: tre parole che suonano nello stesso modo sia se sono lette da destra sia da sinistra, è la scritta in graffito Roma summus amor.

L’effetto catacombale non è dato soltanto dall’occasionale conformazione degli scavi, ma dai reperti di pregio che punteggiano il percorso, ben isolati e valorizzati nella loro consistenza, che rimandano di continuo alla Basilica soprastante, perché ne sono la base, non solo architettonica e costruttiva dato che la Basilica sorge su queste vestigia, ma anche e soprattutto storica nel senso che aiutano nella lettura delle vicende che hanno interessato quel sito nei primi secoli.

Il mistero del Calendario e del Macello

E qui scatta il mistero, che dà un sapore del tutto particolare alla visita, il gruppo di appassionati dell’antichità si comporta come una squadra di investigatori: fa ipotesi, le confronta con i reperti, ne discute, seguendo i percorsi logici oltre che storici della sapiente archeologa. Perché lo chiamiamo il mistero del calendario? Ne abbiamo descritto i resti e la presumibile conformazione originaria, ma c’è un altro enigma: come mai un calendario agricolo che descrive le operazioni campestri nelle varie date in una zona centrale non agricola, nelle vicinanze della quale c’era il Macello di Livia?

L’archeologa snocciola una serie di fonti, prima tra tutte il “Liber Pontificalis”, con le vite dei Pontefici a partire da Pietro, dove si parla della Basilica di Liberio presso (letteralmente “iuxta”) il Macello di Livia, all’inizio abbiamo riportato la citazione completa. Questo edificio doveva essere del I secolo dopo Cristo , nel II secolo c’erano altri ambienti. Ma se era un ambiente collegato al Macello, cioè al mercato, come si spiega il calendario delle lavorazioni agricole? E’ difficile trovarvi un nesso, né è stata accettata l’ipotesi avanzata dallo scopritore Filippo Magi, che i resti sotto la basilica fossero proprio del Macello intitolato nell’anno 7 a Livia, la celebre moglie di Augusto; non corrisponde la struttura, dai resti murari e da altri reperti sembra indubbio si trattasse di un cortile con portico, forma inusitata nei mercati.

E se fosse la domus di un grande proprietario terriero? E’ l’ipotesi prospettata dall’archeologa dopo una serie di supposizioni, con la quale ora il gruppo si trova a confrontare le rispettive opinioni.

La destinazione al culto cristiano è ancora lontana, nel periodo pre-costantiniano, lo abbiamo premesso, le “ecclesie” nel senso di assemblee si svolgevano in siti privati messi a disposizione dei proprietari, tra le pareti domestiche; ovviamente i più facoltosi avevano residenze adatte ad ospitare un certo numero di adepti, senza che vi fossero problemi di clandestinità, a parte le persecuzioni di Giuliano l’Apostata e di Diocleziano contro chi non ne riconosceva l’autorità imperiale.

Ma le ipotesi e l’enigma non impediscono di ammirare l’“opus reticulatum” del muro di contenimento del colle e di notare le irregolarità naturali e i dislivelli dei terrazzamenti originari. Diverse le opere murarie a sinistra e a destra, interrogativo di più facile risposta, e comunque meno intrigante dell’enigma vero e proprio: Macellum o Domus romana? C’è da guardare il pavimento con il mosaico, la parte dove spuntano resti di colonne che dovevano sostenere il porticato intorno al cortile. L’archeologa Adelaide Sicuro fa un excursus storico delle trasformazioni cittadine, serve a capire come le destinazioni mutano nel tempo fino a quando si arriva alla costruzione della grande basilica dedicata alla Madonna, “iuxta Macellum Liviae”, quella Liberiana “sparita” non quella attuale che realizzerà Sisto III dopo il Concilio di Efeso del 431, in posizione sopraelevata di sei metri sul piano stradale di allora, costruendola sopra l’edificio preesistente che risultò così interrato.

Con le tegole d’epoca romana la fine della visita

Colpiscono le pareti dove sono collocate in bella vista le tegole d’epoca romana reperite nei lavori di restauro di fine 1800: laterizi datati con un bollo, sulla cui data come indizio del periodo dei lavori non si può fare troppo affidamento per la consuetudine di riutilizzare materiale da edifici dismessi o giacenze di magazzino. Ci sono bolli del periodo classico, bolli pagani e bolli cristiani con in mezzo il monogramma di Cristo, 66 di queste tegole hanno il bollo di Cassio, il suo nome in greco e le sigle degli angeli. Si distinguono anche i bolli di Teodorico del VI secolo , uno con la scritta  “in nomine Dei”, un altro con “Maria Madre di Cristo”; alla fine dell’VIII secolo il monogramma di papa Adriano I. Vi è collocata una serie di tegole da Caligola Nerone ad Eugenio IV, un excursus di 1400 anni a datare il percorso temporale di un’istituzione millenaria come la Chiesa di Cristo.

Dopo la parentesi molto significativa dell’archeologia delle tegole si torna a guardare i muri, l’alternanza di tufi a mattoni ben diversa dall’ “opus reticulatun” e dall’“opus sestile” di cui vi sono tracce, qualifica la diversità delle epoche attestate dai reperti murari: si scende in basso, un grande masso al centro e una costruzione rettangolare, la scena si anima, si intravede un affresco su uno zoccolo, e del marmo, rivestimenti preziosi che qualificano il censo dell’antico proprietario.

Resta l’incognita del calendario, anche se non ci si pensava più; il tormentone torna quando si giunge al lato opposto dove potrebbe esserci stato il secondo semestre. La visita è finita, ma in uscita ci regala un nuovo piccolo enigma: gli antichi mosaici ai bordi in alto nella navata centrale della grande Basilica sono molto piccoli, troppo per essere posti a quell’altezza. E allora? Erano destinati ad altro e perché sono lì? Quando, come? Si potrebbe continuare a discuterne ancora.

Ma per oggi può bastare, e dobbiamo essere grati all’Associazione culturale Info.roma.it per averci accolto nel suo gruppo. I misteri invogliano ad approfondire, lo abbiamo fatto anche con le notizie gentilmente forniteci dal cortese Prefetto del Museo della Basilica. Naturalmente né alla sapiente archeologa Adelaide Sicuro, né tanto meno all’autorevole Prefetto monsignor Michal Jagosz possono essere addebitate le lacune e le inesattezze nel racconto della visita. E’ la formula di stile dei ringraziamenti nelle pubblicazioni anglosassoni. Qui non è rituale, il cronista è l’unico responsabile di ciò che ha raccontato, di come lo ha metabolizzato e delle possibili mancanze; essendo Basilica Papale, viene in mente il “mi corrigerete” di Giovanni Paolo II dal balcone della loggia di San Pietro subito dopo l’ascesa al soglio pontificio, e ci fermiamo, “intelligenti pauca”.

Tornando sulla terra, diciamo che la suspence creata dal mistero del calendario ha dato luogo a un tipo di attenzione molto particolare. Speriamo di averne riprodotto il clima, l’atmosfera che si è creata, ed è quello che conta nella visita archeologica. Che fa captare echi e messaggi lontani, regala sorprese da cogliere in diretta. L’approfondimento verrà dopo, stimolato da queste sensazioni.

Strane meraviglie del mondo

Si può dare un’occhiata con Google Maps ai posti più impensati

Strane meraviglie del mondo, sul web i posti più eccentrici del pianeta

Dal sito del museo degli Orrori in InghilterraDal sito del museo degli Orrori in Inghilterra

ultimo aggiornamento: 05 marzo, ore 10:10

Roma - (Ign) - Dall’isola delle Canarie, dove si comunica soltanto con ‘il fischio’, alla chiesa di sole ossa, fino alla scala del Paradiso da 3922 gradini. Sul sito Atlas Obscura i navigatori del web fanno a gara per suggerire luoghi particolarmente suggestivi o curiosi

Roma, 5 mar. - (Ign) - Il lampeggiare delle lucciole nelle Smoky Mountains, una chiesa di sole ossa e un’isola delle Canarie, dove si comunica soltanto con ‘il fischio’. E poi le ‘Blood Falls’ nella McMurdo Dry Valleys in Antartide, che offrono alla vista un paesaggio bizzarro simile a un flusso di ghiaccio rosso-sangue. Sono solo alcune delle ‘Meraviglie’, segnalate dal sito Atlas Obscura che raccoglie particolari, degni di esser visti, ma il più delle volte lasciati fuori delle tradizionali guide di viaggio e, quindi, spesso ignorati dai turisti. L’idea è di dar vita a un Atlante delle cose Oscure del mondo. .; Il ‘Compendio delle curiosità del mondo’, ha l’ambizione di voler accompagnare gli utenti per i posti più strani ed eccentrici del nostro pianeta da sempre esclusi dalle guide tradizionali. Un percorso aperto e democratico, dove tutto nasce grazie alle segnalazioni dei lettori che, grazie al web, diventano autori. Chi vuole manda poche righe, una fotografia e il gioco è fatto. E le indicazioni continuano a fioccare. In Inghilterra c’è chi segnala un museo degli Orrori, in Siria una bellissima fortezza militare chiamata ‘Krak dei Cavalieri’ e ci sono i 3922 gradini della scala del Paradiso dell’isola di Ohau nelle Hawaii che s’inerpica lungo una montagna. “Il passaggio - si legge sul sito- è stato chiuso nel 1987, ma la gente continua a far finta di non vedere il cartello e non resiste alla tentazione di salire per raggiungere la cima”. Basta andare sul sito per iniziare una prima visita gratuita con Google Maps che permette di scandagliare i posti più curiosi più vicini a noi. In Italia, per esempio, sono ventinove le ‘meraviglie’ segnalate tra cui nella capitale la colonia felina di largo di Torre Argentina, dove centinaia di gatti si muovono sornioni tra i resti di templi antichi, la chiesa di San Bernardino alle Ossa a Milano e un piccolo negozietto a Torino che vende antichi strumenti scientifici. C’è poi il museo delle Anime del Purgatorio a Roma, ma anche l’isola di Stromboli, l’antichissimo Cimitero delle Fontanelle a Napoli e il primo orfanatrofio d’Europa, lo Spedale degli Innocenti in piazza Santissima Annunziata a Firenze.

Una strada di epoca bizantina a Gerusalemme

Una strada di epoca bizantina a Gerusalemme

Con l’aiuto della Mappa di Terrasanta, gli archeologi israeliani hanno dissotterrato una sezione di una strada lastricata a Gerusalemme. Accanto ci sono anche un marciapiede e una fila di colonne.

La sezione della strada è lunga 6 metri e si trova nella Città Vecchia di Gerusalemme (la parte della città che si trova dentro le mura). Vi si accedeva dopo aver passato una grande porta sul lato occidentale e conduceva verso il centro.

Sono stati anche trovati 5 piccoli pesi di bronzo (che i commercianti usavano sulle bilance per pesare i metalli preziosi), ceramiche e monete di epoca bizantina.

Il direttore degli scavi Ofer Sion dice che questa scoperta combacia con la pianta della città dipinta sulla famosa Mappa di Terrasanta, il mosaico del VI secolo scoperto nel 1894 nella Chiesa di San Giorgio a Madaba (Giordania).

Grazie a quella mappa si sono potuti individuare vari resti di importanti siti (per esempio il Santo Sepolcro), ma questa grande via si è potuta scoprire solo ora perchè la zona è molto trafficata e quindi non vi si aveva mai scavato.

All’epoca Gerusalemme era diventata una città Romana chiamata ‘Aelia Capitolina’ e agli ebrei era proibito entrarvi dopo la loro rivolta nel 132 d.C.

Sion dice: “Questa strada era il centro durante il periodo più prospero (commercialmente) nella storia dell’antica Gerusalemme”.

Una volta conclusi i lavori di restaurazione, entro le prossime settimane, il segmento della strada verrà coperto per preservarlo dall’intenso traffico pedonale che c’è proprio sopra.

Si sta ancora decidendo se il sito sarà visibile al pubblico.

Pochi mesi fa era stato scoperto un tratto di un’altra strada che conduceva al Secondo Tempio.
di aezio
(10 Febbraio 2010)

link: http://ilfattostorico.com/2010/02/10/una-strada-di…

Il più antico monastero del mondo

Il più antico monastero del mondo

L’Egitto ha completato il restauro del monastero cristiano reputato il più antico del mondo, chiamato di Sant’Antonio.

Il monastero è reputato avere 1.600 anni. Il costo del progetto di restauro ha superato $ 14 milioni, sponsorizzato dal governo, e ha richiesto più di otto anni.

Il monastero è un luogo importante per i pellegrini cristiani copti.

Il restauro viene subito dopo l’incidente più grave in Egitto di violenza settaria in un decennio, quando sei copti sono stati uccisi nella notte di Natale.

La corrispondente BBC dal Cairo Yolande Knell dice che si spera che il monastero recentemente restaurato nella città di Suez si dimostri come un segno di convivenza tra la maggioranza musulmana d’Egitto e la minoranza cristiana.

Vita solitaria

Parlando del sito, il capo archeologo d’Egitto Zahi Hawass ha sottolineato che i lavori di restauro presso il monastero sono stati effettuati da parte dei musulmani.

“L’annuncio che stiamo facendo oggi dimostra al mondo quanto siamo desiderosi di restaurare i monumenti del nostro passato, siano essi di cultura copta, ebraica o musulmana, ” ha dichiarato Hawass.

Sant’Antonio si stabilì in una caverna nelle montagne remote vicino al Mar Rosso, alla fine del III secolo, a vivere in isolamento. Quando morì, i suoi seguaci costruirono il monastero e lo intitolarono al suo nome.

Il progetto ha restaurato un antico muro, una torre, due chiese principali e i quartieri dei monaci.
(5 Febbraio 2010)

link: http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8500091.stm

Grecia: Nuovo Sito Archeologico Subacqueo presso l’isola Polyaigos

Grecia: Nuovo Sito Archeologico Subacqueo presso l’isola Polyaigos

Un relitto al largo della piccola isola disabitata cicladica di Polyaigos, nella zona centrale del Mar Egeo, sarà designato come un “sito archeologico subacqueo” dal Ministero della Cultura della Grecia.

Il relitto, ritrovato nel 2004, è stato inizialmente esplorato dagli archeologi subacquei, nell’autunno del 2009, come riferisce l’Athens News Agency. Questi scavi hanno portato alla scoperta di preziosi reperti archeologici, tra cui anfore, vasi in ceramica e frammenti di ancore della nave.

Inoltre, il relitto è stato fotografato e filmato in dettaglio, il che ha permesso la creazione di un mosaico fotografico ad alta definizione, mentre partivano le procedure per designare la zona come un sito archeologico subacqueo.

L’analisi delle anfore recuperate data il relitto tra la fine del quinto secolo e la prima metà del IV secolo a.C. Almeno tre tipi di anfore sono stati identificati, uno dei quali proveniva da Peparithos (l’antico nome dell’isola di Skopelos), mentre gli altri erano strettamente identificabili con la classica fattura delle anfore del nord del Mar Egeo.
Il relitto di Polyaigos, secondo l’annuncio del Ministero, citato dai media, aiuta nello studio dei marittimi rotte commerciali del periodo classico e la circolazione delle merci nella parte sud-occidentale delle Cicladi.

Il nome di Polyaigos, che si trova vicino alle isole di Milos e Kimolos, significa ‘molte capre’, dal momento che le greggi di capre, appartenenti ai pastori delle due isole vicine, sono i suoi unici abitanti.

L’isola non si presta alle coltivazioni, ma ha delle spiagge mozzafiato, soprattutto sulla costa meridionale, così come un gran numero di grotte marine di superficie che ospitano la foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus), una delle specie più minacciate di mammiferi nel mondo.
(1 Febbraio 2010)

link: http://www.balkantravellers.com/en/read/article/17…

Un migliaio di nuovi siti scoperti al largo della costa britannica

Un migliaio di nuovi siti scoperti al largo della costa britannica

Quasi un migliaio di nuovi siti archeologici sono stati scoperti al largo della costa nord orientale britannica come parte di un progetto per la ricerca del patrimonio inglese. La ricerca è stata condotta dagli archeologi di English Heritage insieme con l’aiuto dell’Ufficio dei Beni Naturali del Northumberland ed è stata compiuta per aiutare i ricercatori a capire la storia della costa e dei danni che potrebbe subire. Sono state scoperte nel corso del progetto sono stati una serie di fortezze dell’Età del ferro e di colline fortificate. A Howick Hill, i fossati di tali fortificazioni sono ancora utilizzati come terrapieni.

David MacLeod, ricercatore senior di English Heritage Aerial Survey Team, ha dichiarato: “Spesso, è solo guardando un sito dall’aria che si comincia a capire la sua dimensione e struttura. I siti storici lungo la costa sono vulnerabili agli effetti sia dei mutamenti naturali delle coste, sia delle attività umane”. Anche se l’erosione ha effettivamente contribuito a rivelare un certo numero di siti importanti a livello nazionale, lungo la costa nord-orientale, come i tumuli della bassa Età del bronzo a Hauxley nel Northumberland, troppo spesso essa costituisce una minaccia. “Questo progetto ci aiuterà a capire non solo la storia del nostro litorale, ma anche i pericoli che deve affrontare ora e in futuro”.

Il Dr Clive Waddington, dell’Archaeological Services Research, che ha effettuato l’indagine, ha dichiarato: “Abbiamo sempre saputo che la costa nord-orientale è ricca di siti archeologici. Tuttavia, siamo stati davvero sorpresi non solo dal numero di nuovi siti che abbiamo trovato, ma anche dalla loro gamma e diversità. Questa indagine ci ha dato prova di attività umane nella regione, dalla preistoria fino ai giorni nostri, e ci ha aiutati a costruire un quadro molto migliore di quali attività si siano svolte sulle nostre coste nel corso degli ultimi 10.000 anni. “

Entro il 2010, l’indagine mira ad aver prodotto un quadro ancora più dettagliato della minaccia al patrimonio nazionale dall’aumento dei livelli del mare, dall’erosione costiera e dal riallineamento artificiale della costa. I risultati permetteranno di prendere decisioni circa il modo migliore per gestire il litorale e preservare siti di interesse storico o, se nulla può essere fatto, al fine di garantire che essi siano registrati e studiati prima che l’erosione li distrugga.

Come parte del progetto, il team del Dr Waddington sta lavorando con gli esperti della Durham University per concentrare i risultati in una mappa generata dal computer. Questo sarà anche usato come uno strumento intuitivo, ad esempio per individuare i siti che potrebbero essere a rischio se ci fosse un aumento del livello del mare. Per ulteriori informazioni sulla Rapid Coastal Zone Assessment Surveys.
di HELEN WOODS
(29 Gennaio 2010)

link: http://www.northumberlandgazette.co.uk/features/Hi…

Scoperta vicino Roma la Reggia dei Tarquini

Scoperta vicino Roma la Reggia dei Tarquini: è del IV secolo a.C.

ultimo aggiornamento: 26 febbraio, ore 15:48

Roma - (Adnkronos) - A Gabii, a 20 km dalla Capitale, torna alla luce un edificio di età arcaica, con murature integre fino a 2 metri di altezza, considerato la residenza del ‘rex’. “Un rinvenimento di straordinaria rilevanza scientifica”

Roma, 26 feb. - (Adnkronos) - La città di Gabii ritrova il suo “re”. All’interno dell’antica città latina, a 20 chilometri da Roma, al XII miglio della via Prenestina antica, è stato riportato alla luce un edificio di età arcaica identificabile come la residenza del “rex” della città, probabilmente un tiranno legato alla famiglia dei Tarquini. L’edificio è la prima struttura abitativa di età arcaica in Italia ad essere stata rinvenuta con murature integre fino a 2 metri di altezza. “Un rinvenimento di straordinaria rilevanza scientifica - come spiega all’ADNKRONOS il soprintendente per i beni archeologici di Roma, Angelo Bottini - perché ci restituisce un edificio che era destinato certamente alla residenza di un personaggio della massima importanza della Gabii del VI secolo avanti Cristo. Sulla base delle fonti -conclude- possiamo ipotizzare che si tratti dell’ultimo re di Gabii”.

Anche in seguito a questo straordinario ritrovamento -spiega all’ADNKRONOS il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro- intendiamo intensificare gli scavi. Immaginiamo che in questa zona ci fosse una vera Regia dei Tarquini e, quindi, il governo, il ministero dovrà impegnarsi a stanziare ulteriori fondi”. Il costo complessivo dello scavo, infatti, ad oggi ammonta a 60mila euro totali, ne restano altrettanti per continuare. “In questa zona archeologica -continua il sottosegretario - abbiamo conservati, in maniera straordinaria, tratti peculiari del paesaggio storico dell’Agro Romano. Quindi, esaltando questo luogo archeologico così importante per la città di Roma, vogliamo ribadire il nostro impegno nella difesa dell’Agro Romano contro ogni forma di speculazione edilizia”. Le indagini archeologiche sono state promosse nell’ambito di una ricerca finanziata dalla soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma, che le ha condotte congiuntamente con l’Università di Roma “Tor Vergata” e la scuola di specializzazione in archeologia di Matera. “Col passaggio a Roma dalla Monarchia alla Repubblica -sottolinea all’ADNKRONOS Marco Fabbri, dell’università di Roma ‘Tor Vergata’- anche a Gabii viene cacciato il suo re e la sua casa viene di fatto smontata e seppellita da un enorme tumulo di pietre. E’ probabile -aggiunge- che questa sia una casa abitata da un re che era strettamente collegato ai Tarquini, sovrani etruschi di Roma”.Delle recenti scoperte, oltre all’edificio tripartito del VI secolo a. C., fa parte anche un altro complesso archeologico, quello risalente all’età imperiale, “una grande piazza -come racconta all’ADNKRONOS Stefano Musco, della soprintendenza archeologica di Roma- in cui venne già scavato, alla fine del 1700, e da cui provengono numerosissime statue poi vendute agli inizi dell’800 alla Francia ed oggi in mostra al Louvre. Noi abbiamo ritrovato questa piazza e siamo in grado di ricontestualizzare questo complesso di statue sul posto”.Inoltre, intorno a dove un tempo sorgeva il lago, prosegue Musco, “ci sono due borgate, una si chiama Osa, nata come nucleo abusivo poi condonato ai sensi della legge 47/85, e l’altra si chiama Valle di Castiglione completamente fuori regola, in quanto non è condonata e rappresenta un problema urbanistico e di tutela del territorio”. A un paio di chilometri sorgerà il terminale della metro C, la Stazione di Pantano Borghese, che ricade nel comune di Monte Compatri, per la quale era stata avanzata la proposta di aggiungere il nome di Gabii, proprio per ricordarne il valore storico e culturale.

Scozia – Rinvenuta la “Venere delle Orcadi”

Scozia – Rinvenuta la “Venere delle Orcadi”

Autore: Dea Ortolani

Scoperta eccezionale presso le Isole Orcadi: è stato ritrovato un pendente di quasi cinquemila anni fa raffigurante una figura femminile in arenaria, subito ribattezzata la “Venere delle Orcadi”.

Il reperto è venuto alla luce nelle ultime campagne di scavo nel sito neolitico di Links of Noltland dove si conosceva già il villaggio che conserva i resti di un’imponente edificio di uso collettivo, interpretato come fattoria.

Il ritrovamento è stato commentato con entusiasmo da Richard Strachan, capo della squadra archeologica, il quale ribadisce l’unicità del pezzo visto che nessun’altra rappresentazione umana di quel periodo è stata mai vista prima: testa rotonda con corpo a forma di losanga, occhi piccoli e leggero accenno del naso e dei capelli; segni sul retro suggeriscono un mantello mentre i cerchietti sulle spalle indicano i seni.

Gordon Noble, professore di Archeologia all’Università della Scozia, aggiunge che la piccola figura femminile è un chiaro simbolo di personificazione e non una delle tante rappresentazioni astratte già conosciute dell’arte neolitica scozzese.

L’importanza della scoperta ha mosso lo stesso ministro scozzese della cultura Mike Russell che ha indetto una mostra straordinaria del pezzo in questione presso il Castello di Edimburgo prima ancora che venga portato al Westray Heritage Centre per ulteriori fasi di studio.


Scoperte le mura del tempo di re Salomone

Israele, Gerusalemme – Scoperte le mura del tempo di re Salomone

Autore: Martina Calogero Nel corso degli scavi condotti da Eilat Mazar e patrocinati dall’Università di Gerusalemme è venuto alla luce un tratto dell’antica muraglia della città di Gerusalemme databile al decimo secolo avanti Cristo e probabilmente edificato durante il regno del biblico re Salomone.

Le vestigia del massiccio muro, alto 6 metri e lungo 70, sono emerse nell’area conosciuta come la zona Ophel, fra il muro sud del Monte del Tempio e la città di David, e sembrerebbero avallare il racconto presentato dalla Bibbia delle gesta del mitico re Salomone.

Nello stesso sito sono stati ritrovati un corpo di guardia per accedere al settore reale di Gerusalemme, un edificio reale vicino al corpo di guardia e una torre angolare che si affaccia su un’ampia porzione della valle Kidron.

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