“VIOLENZA SESSUALE DI LIEVE ENTITA’”

“VIOLENZA SESSUALE DI LIEVE ENTITA’”

Si erano inventati un emendamento proprio interessante…

Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l’emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di “Violenza sessuale di lieve entità” nei confronti di minori.

Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l’abolizione dell’obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di ”minore entità”. 


Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale “di lieve entità” nei confronti di un bambino.

Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c’è stato il fuggi-fuggi, il “ma non lo sapevo”, il “non avevo capito”, il “non pensavo che fosse proprio così” uniti all’inevitabile berlusconiano “ci avete frainteso”.

Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell’emendamento 1707.

Annotateli bene:

sen. Maurizio Gasparri (Pdl),
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),
sen. Roberto Centaro (Pdl),
sen. Filippo Berselli (Pdl),
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e il
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).

Per la cronaca, il sen. Bricolo era colui che proponeva il “carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico” (ma non per chi palpeggia una bambina);

il sen. Berselli è colui che ha dichiarato “di essere stato iniziato al sesso da una prostituta” (e da qui si capisce molto…);

il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari “emendamenti per impedire i matrimoni misti”; 

mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che “i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone” (citazione di una frase di Mussolini).

Segnalazione di Anna Lo Iacono
FONTE
http://www.vocidallastrada.com/2010/07/violenza-sessuale-di-lieve-entita.html


ALTRO LINK:
http://www.repubblica.it/rubriche/la-legge-bavaglio/2010/06/07/news/diteci_chi_ha_firmato_la_norma_reati_sessuali_di_lieve_entit-4644607/





Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero

Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero

Toland John

Listino
€ 9,90
Editore
Clinamen
Collana
La biblioteca d’Astolfo
Data uscita
20/01/2010
Lingua
Italiano
EAN
9788884101518
 

La splendida Ipazia, filosofa e matematica del IV secolo, fu selvaggiamente uccisa e fatta a pezzi, bruciata e ridotta in cenere. Mandante dello scempio fu “un assassino dalle mani pulite”, Cirillo, vescovo di Alessandria, poi nominato Santo dalla Chiesa Cattolica ed ancor oggi festeggiato ogni 27 Giugno.
In questo pamphlet del 1720, per la prima volta in traduzione italiana, il celebre filosofo illuminista John Toland ricostruisce le vicende che portarono all’uccisione di Ipazia e alla lacerazione del suo corpo, denunciando non solo il profilo criminale della Chiesa, ma anche la situazione di assoluta emarginazione che le donne vivevano in quel tempo … e certo anche oltre quel tempo … Nel lungo titolo del pamphlet, tutto questo viene significativamente rappresentato: «Ipazia. Storia di una donna bellissima, virtuosa, colta, e poliedrica; fatta a pezzi dal Clero di Alessandria per appagare l’orgoglio, l’invidia e la crudeltà del suo Arcivescovo, comunemente conosciuto, ma immeritatamente reso santo, Cirillo».

Johannes Junius

Johannes Junius era il borgomastro di Bamberg fu accusato di stregoneria e rinchiuso nella prigione delle streghe dove venne brutalmente torturato. Con le mani stritolate dai serrapollici riuscì lo stesso a scrivere una lettera alla figlia in cui la esortò a scappare e mettersi in salvo.

La sua lettera è uno dei rari documenti che ci sono pervenuti e che attestano le indicibili brutalità a cui erano sottoposte le persone che venivano tacciate di stregoneria. Era il 1628 e l’uomo scriveva che chi veniva torturato aveva solamente due possibilità: o diventava veramente una strega inventandosi delle scuse plausibili oppure si lasciava torturare fino ad essere ucciso.

Migliaia di innocenti persero la vita in quel periodo esattamente come Johannes Junius. La stessa moglie del borgomastro era stata bruciata nel forno delle streghe otto mesi prima.

La caccia alle streghe era divenuto un delitto autorizzato dallo Stato. C’era persino un apparato burocratico e l’intero sistema era utilizzato dai responsabili per appropriarsi delle ricchezze delle vittime e per togliere di mezzo le persone che che davano fastidio.

Gli accusati venivano trasferiti in prigione e non avevano più nessuna possibilità di comunicare con l’esterno. Junius fu uno dei pochi che, grazie ad una guardia, che avrebbe dovuto essere ricompensata con un tallero dalla figlia, a far uscire una missiva.

La giovane figlia del borgomastro riuscì a fuggire, ma non si sa se ricevette la missiva . A  Bamberg dal 1595 in poi gli inquisitori torturarno e giustiziarono migliaia di persone, anche di un certa importanza  e personalità, incriminate con accuse del tutto false.

Solo nel periodo in cui regnò Johann Georg II furono mandati alla morte più di seicento cittadini e fu costruita una prigione speciale, detta “Thudenhouse“, ovvero casa delle streghe, dove venivano ospitate tutte le persone in attesa di giudizio. Qui venivano orribilmente torturate e sottoposte a terribili atrocità (continua) Nella foto la città nel 1900.

FONTE

http://www.esoterya.com/innocente-condannato-per-stregoneria/7520/

Erzsebet Bathory, il più efferato serial killer della storia umana

FONTE:

Sito occhirossi

ERZSÈBET BÀTHORY

Foto della serial killer Aileen Wuornos Soprannome: La Contessa Sanguinaria
Luogo omicidi: Cachtice (Ungheria)
Periodo omicidi: 1600 - 1610
Numero vittime: 650 +
Modus operandi: torturava e mutilava le sue vittime
Cattura e Provvidementi: morta nel 1614 in prigione

google_protectAndRun(”ads_core.google_render_ad”, google_handleError, google_render_ad);Quello dei serial killer non è un fenomeno puramente moderno. Sono sempre esistiti i predatori di uomini, fin dalle epoche più remote. Tra il 1400 e il 1600, per esempio, sono vissuti tre dei più terribili mostri della storia: Gill De Rais, eroe militare francese e violentatore di bambini che ha ispirato De Sade, Vlad III, il conte della Valacchia he impalava i turchi e che avrebbe ispirato il personaggio di Dracula, e infine Erzsébet Báthory, la Bloody Countess, il più efferato serial killer della storia umana. Le sue vittime sono più o meno 650, forse di più.

Alla Contessa sono stati dedicati dipinti, libri, canzoni, film e siti horror, tanto da renderla un vero e proprio mito.
Vediamo di conoscere meglio la sua storia, anche se non è facile ricostruire una storia avvenuta ben tre secoli fa, soprattutto un caso come questo, che è stato tanto mitizzato e trasformato in leggenda.

Erzsébet Báthory nasce ai piedi dei Carpazi, nel 1560, da Gyrögy e Anna Báthory. In questo periodo l’Ungheria e la Romania sono sconvolte da sanguinose guerre: da una parte gli Asburgo e, dall’altra parte, i turchi ottomani, spingono per conquistare i territori di queste due nazioni.
I Báthory decidono quindi di trasferirsi in Transilvania, dove lo zio della neonata, un uomo violento e selvaggio, è il Principe. Il Principe Transilvano non è l’unico Báthory fuori dal comune: il fratello di Erzsébet è un maniaco sessuale inarrestabile, nessuna donna o bambina è al sicuro nei suoi pressi; sua zia è stata incarcerata perché strega e lesbica, un altro zio è un alchimista e un adoratore del demonio. Come se non bastasse, la balia, alla quale viene affidata la Contessina, è dedita alla magia nera, e si dice utilizzi sangue e ossa di bambini per fare degli incantesimi.
Erzsébet non è una bambina facile, né la vita è facile per lei: la giovane soffre di convulsioni, di scatti d’ira e di attacchi di epilessia. Con l’adolescenza si dimostrerà anche promiscua, tanto che, a 14 anni, resta incinta di un contadino.
Tutti questi sintomi, considerato il fatto che la malattia mentale non è una rarità tra i Báthory, portano facilmente a presupporre che in Erzsébet sia nato già con qualche disturbo al cervello.

All’età di 15, Erzsébet è costretta a sposare il Conte Ferencz Nádasdy, il più grande guerriero nazionale, spesso costretto a stare via di casa.
Durante una delle tante assenze del marito, su consiglio della sua balia, la giovane Contessa si avvicina alla magia nera. Tanto per iniziare, si procura subito una pergamena fatta di amnio (= la membrana che protegge i bambini nell’addome della madre), sulla quale c’è scritto con il sangue un incantesimo del dio Isten. L’incantesimo promette salute, lunga vita e protezione: i nemici del seguace di Isten verranno aggrediti e uccisi da un “esercito” di 99 gatti. Erzsébet non si separerà mai da questa pergamena.
Poco tempo dopo, la Contessa si trasferisce al castello di Sarvar, nel quale sfoga i propri impulsi violenti sui propri servitori. Nel 1600, non è cosa rara che gli aristocratici prendano a bastonate o addirittura uccidano i servi che hanno sbagliato. Molto probabilmente questa cosa non è stata molto d’aiuto per la sanità mentale di Erzsébet.

Da brava aristocratica, la Báthoryè narcisista e vanitosa, cambia abbigliamento anche sei volte al giorno, e passa ore ad ammirare la propria bellezza in numerosi specchi.
Utilizza ogni tipo di unguento e preparato che possa mantenere giovane e pallida la sua pelle. Esige che, chiunque la incroci, faccia un elogio alla sua bellezza.

Non si sa bene se Nádasdy fosse complice della moglie o se tollerasse le sue stranezze, ma è sicuro che sia stato lui a insegnarle molti trucchi del “mestiere”.
Anche Nádasdy, come ogni aristocratico, è molto violento con la servitù: il suo metodo punitivo preferito è quello di cospargere i servi di miele, e di lasciarli legati a un muro, mentre vengono mangiati dalle api. Ma non è l’unico tipo di tortura che l’uomo insegnerà alla moglie: le spiega anche come far morire congelata una persona, tenendola nuda all’aperto, d’inverno, versandogli continuamente dell’acqua fredda addosso.
Per dimostrare il suo amore, Nádasdy, manda alla moglie gli incantesimi e le magie che impara quando è in battaglia in terre lontane e la Contessa, in cambio, tiene con lui una fitta corrispondenza, nella quale gli confida tutti i rituali e le nefandezze che compie nel castello in sua assenza. Ecco uno spezzone tratto da una di queste lettere: “Thurko mi ha insegnato un nuovo incantesimo. Prendi una gallina nera e colpiscila con un bastone bianco, fino alla morte. Raccogli il sangue della gallina e cerca di imbrattare con esso un abito del tuo nemico. Gli capiterà presto una disgrazia.”
Nonostante queste “particolari smancerie”, la coppia non è fedele. Erzsébet ha innumerevoli amanti, anche se preferisce di gran lunga il sesso lesbico.

Ben presto la Contessa forma un vero e proprio entourage di esperti in magia, alchimia e stregoneria. Vivono nel castello e le insegnano le loro arti. Tra essi vi è un nobile dalla pelle pallida e dai capelli lunghi e scuri, che pratica il vampirismo.
Le leggende dicono che questo uomo era un vampiro vero: di notte Erzsébet usciva con lui e tornava da sola, con del sangue intorno alla bocca.

Nel 1601 Nádasdy si ammala, perde una gamba per cancrena e, dopo 3 anni passati nel proprio letto, muore, lasciando vedova la Contessa 44enne. La donna si trasferisce nei possedimenti di Vienna ma, colta dalla noia, decide di tornare alle sue torture in Ungheria.
In questo periodo, donne giovani e bambini cominciano a scomparire dai villaggi. I parenti non sanno cosa fare, né a chi rivolgersi: tutti hanno notato lo stemma di Nádasdy sulla carrozza che si è portata via i loro cari, ma puntare il dito contro un nobile potrebbe causargli molti guai.
Anno dopo anno, continuano i rapimenti e i villici sono costretti a stare a guardare: è ancora vivo il ricordo di una rivolta del 1524, sedata con il sangue dai nobili. Ahimè il loro destino è subire in silenzio il voleri dei nobili, anche di quelli pazzi.

Erzsébet adesca le ragazze con la scusa di prenderle in servitù al castello, poi le sbatte nelle celle dei sotterranei. Le sventurate vengono picchiate ripetutamente, fino a che i loro corpi non si gonfiano. Spesso la Contessa non si limita ad assistere, ma è lei stessa a infierire sulle giovani vittime. Ogni volta che i vestiti si sporcano troppo di sangue, le fa cambiare, poi ricomincia con le botte. I corpi gonfi vengono poi tagliati con dei rasoi e lasciati sanguinare a morte. Alle più sfortunate vengono cicatrizzate le ferite con il fuoco, allungando così le loro sofferenze per molti altri giorni.
Ad alcune vittime viene cucita la bocca, altre vengono costrette a mangiare la propria carne, ad altre ancora viene dato fuoco ai genitali.
Quando la Contessa deve viaggiare, esige che una delle sue prigioniere segga al suo fianco sulla carrozza, sopra un sedile di aghi, mentre, quando è costretta a letto da una malattia, le vittime sono costrette a prendersi cura di lei. In cambio ricevono morsi, sputi e pugni.

Comunemente a tutti i serial killer, anche Erzsébet Báthory, con il tempo diventa più stupida e arrogante: assalita da delirio di onnipotenza e senso di sfida, comincia a osare di più, incombendo ben presto in errori madornali che le saranno letali.Erzsébet comincia infatti a rapire le figlie di altre famiglie nobili, la maggior parte delle quali non passa i 12 anni di età.
La Contessa si offre di insegnare la grazie e l’educazione alle giovani nobili e, quando queste arrivano al castello, sceglie quali rinchiudere e quali rimandare a casa.
Dopo un omicidio che la Báthory cerca di far passare come suicidio, le autorità decidono di muoversi.

È il Natale del 1610, Mathias II, Re di Ungheria, è turbato. Gli è giunta voce che, presso il castello arroccato di Csejthe, vengono tenute prigioniere delle ragazze. Forse vengono addirittura torturate e uccise. È una grande occasione per il Re: deve molti soldi alla Contessa Báthory, soldi che aveva preso in prestito da Nádasdy e che adesso la Contessa richiede indietro con insistenza. Tuttavia è davvero pericoloso mettersi contro la Contessa. Suo marito è stato nominato “Eroe Nero” dell’Ungheria, per il suo eroismo contro gli invasori turchi, suo zio invece è stato Re della Polonia e Principe della Transilvania. Erzsébet ha anche amicizie con Cardinali, Principi e Re, ed è la cugina del Primo Ministro, Thurzo. Se dovesse scoprire le intenzioni del Re, diventerebbe sicuramente un pericoloso nemico politico ma, d’altra parte, è necessario scoprire se le voci sono vere.
Perciò il Re, dopo aver vagliato tutte le possibilità, decide di organizzare una missione segreta: raduna una squadra di uomini di fiducia e li manda a ispezionare il castello, con l’ordine di non farsi scoprire e di beccare la Contessa con le mani nel sacco. Grazie a una corrispondenza tra il Re e Thurzo, e grazie al diario di uno dei membri della squadra, possiamo ricostruire molto bene il racconto di quella notte di dicembre del 1610.

Gli “investigatori” del Re devono agire con la massima discrezione, di notte, cercando di non farsi scoprire. La squadra è composta da molti soldati, al capo dei quali sono il Primo Ministro, un sacerdote e il Governatore della regione.
È una notte fredda, e le torce non illuminano abbastanza il loro cammino.
Prima di procedere per il castello, gli emissari hanno interrogato qualche villico in paese: c’è chi dice di aver sentito urla di dolore provenire dal castello, altri raccontano di ragazze scomparse misteriosamente, altri ancora dicono che sono sparite almeno 9 ragazze delle famiglie nobili dei dintorni.
Dopo gli interrogatori, la squadra segreta del Re si incammina lentamente nella boscaglia, sperando di scoprire qualche passaggio segreto, o di cogliere sul fatto la Contessa.
È noto che la Báthory è una esperta di Magia Nera, e i nostri eroi hanno molta paura di essere scoperti e di subire qualche incantesimo di nascosto, perciò procedono molto lentamente, nel più totale silenzio.
La scalata della collina, sulla quale si erge la fortezza di pietra, è lunga e faticosa: sono tante le pause per riprendere fiato e per assicurarsi che nessuno li segua, ma finalmente conquistano la cima. La finestre del castello sono immerse nel buio, non ci sono tracce di guardie nei paraggi e il portone d’entrata è ormai in vista: la “squadra speciale” del Re è pronta a irrompere all’interno del maniero.

Con grande sorpresa degli invasori, il massiccio portone di legno non è sbarrato, bensì leggermente socchiuso, come ad invitarli ad entrare. Sembra quasi un classico film horror.
L’atrio è pieno di gatti, alcuni saltano addosso agli intrusi, altri soffiano e graffiano, ma niente di più. Evidentemente il dio Isten non è un grande protettore.
Qualche metro più avanti, sul gelido pavimento di pietra di una grande sala, gli emissari del Re trovano finalmente quello per cui sono venuti: una ragazza molto giovane, pallida, non del tutto vestita, è sdraiata per terra, immobile. Alcuni soldati si avvicinano, e sono costretti a constatare che le dicerie erano veritiere: la ragazza è morta ed è completamente dissanguata.
Sempre nella stessa sala, dall’altra parte, trovano un’altra ragazza. Questa è ancora viva, si lamenta, ma qualcuno le ha provocato diversi fori su tutto il corpo, tanto che ormai non c’è più niente da fare per poterla salvare.
La truppa allora procede nel proprio cammino attraverso il castello, seguendo l’odore della decomposizione che aleggia nell’aria.

Contro un pilastro, la squadra trova un’altra donna, incatenata. Qualcuno l’ha frustata a sangue, l’ha bastonata, le ha tagliato i seni e le ha provocato delle gravi ustioni su tutto il corpo.
Thurzo, che ha vissuto in quel castello da bambino, guida gli uomini ai gradini in pietra che conducono ai sotterranei. La squadra del Re è agitata e ansiosa, la loro discesa è accompagnata da urla di dolore provenienti dall’oscurità.
Nei sotterranei ci sono diverse prigioni, nelle quali sono rinchiusi donne e bambini, la maggior parte dei quali porta i segni e le cicatrici di numerose emorragie. Oggi però è il giorno fortunato di quei pochi prigionieri sani, perché i soldati aprono le celle senza fatica e li conducono fuori dal castello, verso la libertà.
Temprata dall’azione di salvataggio, la squadra del Re torna all’interno del maniero, sale ai piani alti, e si lancia alla ricerca della donna responsabile di queste atrocità.
Come già detto, questa storia sembra uscita da un film horror, perciò non ci sorprende la scena che si presenta agli occhi dei soldati: una grande torcia di fuoco illumina una stanza nella quale diversi uomini e diverse donne danno vita a un’orgia sanguinosa, nel quale sesso e torture si fondono. I soldati diranno di essere stati disgustati più da questa visione che da quella dei cadaveri.
La Contessa però non c’è, ha scoperto tutto ed è fuggita, ma la sua cattura sarà questione di pochi giorni.
In attesa del processo, Erzsébet Báthory viene rinchiusa in una sua residenza, controllata da un piccolo esercito. Non presenzierà nemmeno al processo, dichiarando che quelle avvenute nel castello sono tutte morti naturali, e che lei non può essere responsabile di azioni della natura.

Qualche giorno dopo la cattura, gli ufficiali giudiziari si presentano al castello di Csejthe per fare i sopralluoghi del caso, e per raccogliere tutte le prove che potrebbero risultare utili in sede di processo.
Non sarà un’ispezione difficile: in diverse stanze vengono ritrovate ossa e resti umani, nella camera della Contessa ci sono i vestiti e gli effetti personali di alcune ragazze scomparse. Nei sotterranei ci sono cadaveri ovunque, privati degli occhi e delle braccia, nel camino c’è un corpo annerito e non completamente bruciato. Nei dintorni del castello vengono disseppelliti molti corpi. In giardino, nel recinto dei cani, vengono trovati altri resti umani, con i quali gli animali si nutrivano.

Il processo comincia il 2 gennaio 1611, presieduto da ventuno giudici. Si susseguono moltissimi testimoni, anche 35 al giorno, soprattutto parenti delle vittime.
A tutti i servitori di Erzsébet vengono poste le stesse 11 domande, riguardo alla provenienza delle vittime, ai metodi di tortura e al coinvolgimento della Contessa.
Ficzko, un nano che lavora per la Báthory da 16 anni, dichiara di essere stato assunto con la forza. L’uomo non ricorda il numero preciso delle donne che ha contribuito ad uccidere, ma ricorda il numero delle ragazzine: 37. Cinque seppellite in una fossa, due in giardino, due in una chiesa, le altre chissà dove. Erano state adescate in paese con la scusa di un lavoro al castello e, se per caso rifiutavano, venivano prese con la forza. La Contessa le faceva legare e le pugnalava con aghi e forbici. Il nano racconta le più agghiaccianti torture, come le donne uccise a frustate, a volte ne servivano fino a 200, se non di più, o le donne uccise tagliando loro le dita e le vene con delle cesoie.
Ilona Joo, la balia di Erzsébet Báthory, ammette di aver ucciso circa 50 ragazze, infilando degli attizzatoi incandescenti nella loro bocca e nel loro naso. La “padrona” invece preferiva infilare le dita nella bocca delle ragazze e tirare, fino allo strappo della pelle, oppure dare fuoco alle loro gambe dopo averle cosparse di olio, oppure ancora tagliare con delle cesoie la pelle fra le dita. Se una ragazza moriva prima di quando la Contessa desiderasse, i servitori maschi erano costretti a mangiarla.
Darko, un altro servitore di fiducia, confessa che la Báthory usava anche applicare alle vittime delle scarpe di ferro bollente. Alcune delle ragazze rapite venivano messe all’ingrasso, perché la Contessa era convinta che in questo modo il loro sangue sarebbe aumentato. C’erano anche le favorite di Erzsébet, costrette ai trattamenti peggiori: tagliarsi da sole le braccia, essere rinchiuse in una cassa piena di spunzoni..e via dicendo.
Le testimonianze continuano, una dopo l’altra, sempre più sconvolgenti e mostruose, soprattutto quelle raccontate dai superstiti, molti dei quali segnati a vita.
Non si sa per certo a quanto ammonti il conto delle vittime della Contessa Sanguinaria. Il Re in una lettera al Primo Ministro dice 300, sui diari di Erzsébet Báthory sono annotati i nomi di circa 650 persone, ma sembra incredibile che la Contessa abbia annotato una per una le proprie vittime. I Giudici, basandosi sui resti umani trovati al castello, decidono di condannare lei e i suoi complici “solo” per 80 omicidi.

Per la “legge del taglione”, molto in voga fino al ‘700, i complici della Contessa vengono sottoposti a torture, non molto differenti da quelle inflitte alle giovani vittime: ad alcuni vengono strappati gli occhi, ad altri le dita, alcuni vengono seppelliti vivi, altri ancora vengono decapitati o bruciati vivi.
Ben più difficoltosa sarà la scelta della pena per la Contessa: essa ha amicizie molto importanti che premono per gli arresti domiciliari, inoltre gode dell’immunità regia, essendo di sangue reale. Il Primo Ministro Thurzo che, come già detto, è anche il cugino di Erzsébet, insiste nel sostenere che la donna non fosse capace di intendere e di volere, che non avesse la capacità di controllare la propria rabbia.
Così, salvata dalle sue origini nobiliari, Erzsébet Báthory viene imprigionata a vita in un’ala del suo castello a Cahtice. Confinata nelle sue stanze, privata della sua magica pergamena di Isten e di tutti gli incantesimi, con gli ingressi e le finestre murate, salvo piccole fenditure per il cibo e l’aria, la Contessa dura ben poco. Tre anni dopo il confino, nell’estate del 1614, la 54enne Erzsébet muore, le guardie se ne accorgono il giorno dopo, notando che i piatti della cena non sono stati toccati.

TRA VERITÀ E LEGGENDA

Il mito della Contessa Sanguinaria è nato fin da subito. Oltre ad essere stata la serial killer più prolifica della storia è anche una delle pochissime donne che hanno praticato vampirismo e cannibalismo.
Dopo la sua morte, hanno cominciato a girare un sacco di storie e di leggende, alcune hanno un fondo di verità, altre sono completamente opere di fantasia.
Sicuramente, la leggenda che tutti abbiamo udito almeno una volta sul conto di Erzsébet Báthory è quella che la vede farsi il bagno nel sangue di giovani vergini, per tenere la pelle giovane.
La storia è emersa per la prima volta nel 1744, per mano di uno storico Ungherese, Padre Laslo Turáczi. Secondo il cattolico, un giorno Erzsébet tirò uno schiaffo a una serva, tanto forte da farle uscire del sangue dal naso. Con sua grande sorpresa, la Contessa si accorse che, dopo essersi macchiata con il sangue, la pelle della sua mano era diventata più lucida e bella, perciò, da quel giorno, decise che avrebbe fatto dei bagni nel sangue virgineo. L’idea le era stata suggerita dai suoi alchimisti di corte, secondo i quali il sangue aveva effetto solo sui nobili e solo se utilizzato alle quattro del mattino.
In molti hanno cercato di trovare una prova a questa teoria, qualche anno fa McNelly si è addirittura letto interamente gli archivi Slovacchi e Ungheresi dell’epoca, ma non è ancora stato trovato un documento abbastanza credibile, che confermi questi comportamenti macabri della Contessa.
È difficile da stabilire anche la credibilità di Turáczi, ricordiamoci che nel ‘700 la chiesa utilizzava ancora le storie di vampiri, lupi mannari e demoni per spaventare gli “eretici”..ma è anche vero che chi uccide 650 persone, infliggendo loro le più atroci torture, potrebbe essere capace di tutto. Inoltre, visto il sangue nobile della Contessa, qualche dettaglio della sua storia potrebbe essere stato censurato dai suoi contemporanei, per salvare la faccia alla nobiltà Ungherese. Melton, uno scrittore appassionato di vampirismo, ha avanzato l’ipotesi che gli archivi più imbarazzanti siano stati distrutti.

Un’altra storia interessante sulla Contessa Báthory, è quella legata alla figura del Conte Dracula. Sempre negli scritti di Padre Laslo Turáczi, si legge che la Contessa beveva sangue umano perché, secondo alcuni riti magici che aveva imparato, esso preservava la giovinezza e dava vita eterna.
È un particolare che si può leggere anche nelle pagine di altri due scrittori: Wagener nel 1785 e Sabine Baring-Gould ai primi dell’800.
In molti hanno perciò ipotizzato che il Conte Dracula, il vampiro di Bram Stoker, sia ispirato a Erzsébet Báthory e non, come tanti pensano, a Vlad III.
Vlad III, il Conte di Valacchia ed eroe nazionale Rumeno, non ha mai bevuto sangue, né esistono storie in questo senso. Si sa che era un impalatore, che infliggeva tremende torture ai suoi prigionieri di guerra, ma non aveva niente a che vedere con bagni nel sangue o con bibite ad alto contenuto emoglobinico.
La Contessa Sanguinaria invece beveva il sangue per rimanere giovane (come il vampiro di Stoker), ha vissuto molti anni in Transilvania e, secondo McNelly, lo scrittore che per primo ha avanzato questa teoria nel suo libro “Dracula era una Donna”, anche il personaggio del servo, Renfield, ricorderebbe i servi sottomessi e malati di mente di Erzsébet. Dunque Bram Stoker, prima di scrivere il “Dracula”, ha letto le pagine del reverendo Sabine Baring-Gould? I nemici di questa tesi dicono fermamente di no.
Quest’ipotesi viene comunque dibattuta, a colpi di libri, da molto tempo, perciò lasciamo a voi il compito di approfondirla.

Attualmente non si sa per certo se Erzébet Bathóry bevesse sangue o addirittura lo utilizzasse per fare dei bagni. Grazie però ai documenti dell’epoca, che testimoniano il numero delle sue vittime e le torture che infliggeva loro, possiamo affermare con sicurezza che la Contessa Sanguinaria è stata il serial killer più violento, più prolifico e più mostruoso della storia umana.

Quando il tuo servitore è in pericolo, manda in suo soccorso un esercito di 99 gatti, poiché dei gatti tu sei il signore. I 99 gatti arriveranno con grande velocità e mangeranno il cuore del nemico, e del tuo servitore sarà salva la vita
(Uno dei riti del dio Isten che probabilmente era iscritta sulla pergamena di Erzsébet Bathóry).

DANIELE DEL FRATE 15-04-2005

I FOSSILI RIVELANO CHE I MAYA CONOSCEVANO LA PREISTORIA

I FOSSILI RIVELANO CHE I MAYA CONOSCEVANO LA PREISTORIA

inserita il 23 Giugno 2010
fonte: artdaily.com
Per gli abitanti di Palenque, fossili marini sono stati la prova convincente che il terreno era coperto dal mare molto tempo fa, e la separazione da questo fatto ha creato la loro idea dell’origine del mondo

Recenti indagini interdisciplinari riguardanti 31 fossili marini trovati nella zona archeologica di Palenque, in Chiapas, rivelano che i Maya concepirono le loro credenze da questo tipo di vestigia, così la loro idea del mondo sotterraneo era associata all’acqua.

Per gli abitanti di Palenque, i fossili marini sono stati la prova convincente che il terreno era coperto dal mare molto tempo fa, e la separazione da questo ha creato la loro idea dell’origine del mondo, ha dichiarato l’archeologa Martha Cuevas, responsabile, con il geologo Jesus Alvarado, della ricerca condotta dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) e dall’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Nel corso di 3 anni, l’indagine è stata orientata a comprendere il simbolismo dato dai Maya ad antiche vestigia preistoriche, in particolare i 31 esemplari rinvenuti nel sito archeologico.

I ricercatori INAH hanno detto che resti pietrificati sono stati trovati principalmente in contesti funerari, in particolare i diversi fossili di animali marini, denti di squalo e spine e pungiglioni depositati come parti di offerte funerarie.

“Durante l’indagine condotta presso i templi del gruppo del Nord e la struttura di fronte a loro, sono state trovate lastre di fossili marini utilizzate dai Maya come lapidi o offerti alle divinità, il che è importante nello studio della cosmogonia Maya”.

Fino ad ora, 31 fossili di varie epoche sono stati scoperti, i più antichi risalenti al Paleocene, circa 63 milioni anni fa. “Le vestigia sono state utilizzate in contesti rituali durante il periodo Tardo Classico (600-850 d.C.), quando sono state ritrovate dagli abitanti di Palenque”.

Questa ricerca “attende di sapere se è stato attraverso il contatto con i fossili più di 1.200 anni fa, che questi elementi sono stati inclusi nella loro visione del mondo”.

“Crediamo che da queste scoperte casuali probabilmente si formò l’idea della creazione del mondo che conosciamo grazie alle rappresentazioni iconografiche e ai testi geroglifici lasciati, così come i miti che fanno parte della tradizione orale”, ha commentato Martha Cuevas.

Ha aggiunto che “secondo informazioni di miti coloniali, per le persone di Palenque questi fossili erano testimoni del fatto che il terreno era stato coperto dal mare nei tempi antichi, quando gli dèi ordinarono all’acqua di ritirarsi, la loro città emerse e cominciò l’era attuale”.

“I Maya di Palenque avevano l’idea che la Terra era diversa mille anni fa, e che il mondo è mutevole, oggetto di trasformazione”.

Confermare ciò significa che essi dedussero che i fossili marini fossero importanti perché si riferivano al momento in cui ci fu l’origine dell’umanità e perché erano rapportati con la morte, quindi credevano che quando le persone morivano esse facessero ritorno al loro luogo di origine.

“I fossili utilizzati in contesti funerari sono correlati con la concezione che avevano circa il mondo sotterraneo, come un mondo acquatico da raggiungere dopo la morte”, ha aggiunto l’archeologa dell’INAH.

Martha Cuevas ha anche ricordato che la ricerca prevede lo studio delle rappresentazioni iconografiche e dei testi geroglifici trovati sul sito, che, in un certo senso, sono correlati con i fossili.

Un esempio di questo è il 14° pannello. Esso rappresenta una scena del mitico viaggio agli inferi del sovrano Maya Kan Balam II in un’epoca remota, 932 mila anni fa.

“Secondo la leggenda, quando Kan Balam II morì nel 702 d.C., suo fratello e successore K’an Joy Chitam II ordinò la creazione di questo notevole rilievo. Si può vedere la stele Kan Balam II che danza e sua madre, anch’essa morta, Ts’ak AHAW.

“Il fondo del rilievo mostra 3 livelli contrassegnati da icone che indicano il luogo dove si trovano i personaggi, le espressioni” nab “, corpo d’acqua, e “hets’an Kak nab”, mare calmo, indicano l’aspetto del mondo durante l’età mitica, quando tutto era acqua e gli dei non avevano ancora ordinato qlla terra di emergere “.

“Nei dipinti su vasellame abbiamo trovato rappresentazioni di specie di pesci, denti di squalo e spine e aculei simili a quelli trovati nei fossili”, ha concluso.
(10 Giugno 2010)

link: http://www.artdaily.org/index.asp?int_sec=2&int_ne…

LE AMAZZONI E ATLANTIDE

LIII. Si racconta che ai confini della terra e all’occidente della Libia abiti una nazione governata da donne, che hanno costumi del tutto diversi dai nostri. Le donne usano prestare servizio militare durante un periodo di tempo determinato, conservando la propria verginità. Quando il termine del servizio militare è raggiunto, si accostano agli uomini per averne dei figli, e coprono le magistrature e tutte le funzioni pubbliche. Gli uomini trascorrono tutta la propria vita a casa, come le nostre casalinghe, dedicandosi solamente a occupazioni domestiche; sono tenuti lontani dall’esercito, dalla magistratura e da ogni altra funzione pubblica che possa ispirare loro l’idea di sottrarsi al giogo delle donne. Dopo aver partorito, le Amazzoni consegnano il neonato tra le mani degli uomini, che pensano a nutrirlo di latte e d’altri alimenti appropriati per la sua età. Se il bambino è una femmina, le si bruciano le mammelle, per impedire a tali organi di svilupparsi con l’età, perché delle mammelle prominenti sarebbero scomode per l’esercizio guerriero; ciò spiega il nome d’Amazzoni che i Greci hanno dato loro. Secondo la tradizione, le Amazzoni abitavano in un’isola chiamata Espera, posta a occidente, nel lago Tritonide. Questo lago, che si trova presso l’Oceano che circonda la terra, trae il proprio nome dal fiume Tritone, che vi si getta. Il lago Tritonide si trova in vicinanza dell’Etiopia, al piede della più alta montagna di quel paese, che i Greci chiamano Atlante, e che tocca l’Oceano. L’isola Espera è abbastanza grande e piena d’alberi da frutto d’ogni specie, che forniscono cibo agli abitanti. Questi si nutrono anche del latte e della carne, delle quali hanno grandi greggi, ma non hanno ancora appreso la coltivazione del grano. Spinte dai propri istinti guerrieri, le Amazzoni sottomisero prima con le armi tutte le città dell’isola, tranne una sola che si chiamava Mené, ed era considerata sacra. Questa città era abitata da Etiopi mangiatori di pesce, vi si vedevano esalazioni infiammate, e vi si trovavano molte pietre preziose, come quelle che i Greci chiamano carbonchi (rubini), sardoines (pietre di calcedonio) e smeraldi. Dopo, le Amazzoni soggiogarono le terre circostanti, molte tribù libiche e costruirono, nel lago Tritonide, una città che chiamarono Cherconeso, a causa del suo aspetto.

LIV. Incoraggiate dai loro successi, le Amazzoni percorsero diverse parti del mondo. Si dice che i primi uomini attaccati da loro fossero gli Atlanti, il popolo più civilizzato di quelle terre, che abitavano in una regione ricca, con grandi città. Fu presso gli Atlanti e nel paese vicino all’Oceano che, secondo la mitologia, nacquero gli dèi; e ciò si accorda abbastanza bene con i racconti dei mitologi greci; più avanti ne parleremo dettagliatamente. Si dice che Myrina, regina delle Amazzoni, raccolse un esercito di trentamila donne di fanteria, e di ventimila a cavallo; esse si applicavano in modo particolare all’esercizio del cavallo, per la sua utilità in guerra. Usavano portare come difesa delle pelli di serpente, poiché in Libia si trovano rettili enormi. Le loro armi offensive erano spade, lance e archi. Sapevano servirsene molto bene, non solo per attaccare, ma anche per respingere chi le avesse messe in fuga. Dopo aver invaso il territorio degli Atlanti, esse sconfissero in battaglia campale gli abitanti di Kerne e inseguirono i fuggiaschi, si dentro le mura. S’impadronirono della città e maltrattarono i prigionieri, per diffondere il terrore tra i popoli vicini. Passarono a fil di spada tutti gli uomini puberi, ridussero in schiavitù le donne e i bambini, e demolirono la città. Quando la voce del disastro dei Kerneani si diffuse in tutto il paese, gli altri Atlanti ne furono talmente terrorizzati che tutti, di comune accordo, consegnarono le loro città e promisero di fare tutto ciò che fosse stato loro ordinato.

La regina Myrina li trattò con dolcezza, accordò loro la propria amicizia e, al posto della città distrutta, ne fondò un’altra a cui diede il proprio nome. La popolò con tutti gli indigeni, da lei fatti prigionieri, che volessero abitarvi. Dopo di che, gli Atlanti le fecero doni magnifici e le tributarono pubblicamente grandi onori, ed ella accettò i segni del loro affetto e promise di proteggerli. Poiché gli Atlanti erano spesso attaccati dalle Gorgoni, che stavano nelle vicinanze e che da sempre erano loro nemiche, la regina Myrina andò a combattere le Gorgoni nel loro paese, dietro preghiera degli Atlanti. Le Gorgoni si schierarono in battaglia e il combattimento fu accanito, ma infine le Amazzoni le sopraffecero e uccisero un gran numero delle nemiche, e fecero più di tremila prigioniere. Poiché le altre erano fuggite nei boschi, Myrina, che voleva distruggere completamente quella nazione, appiccò il fuoco; non essendo riuscita in tale disegno, si ritirò alle frontiere del paese. LV. Una notte le Amazzoni, eccitate dal successo, facevano la guardia con negligenza. Allora le Gorgoni prigioniere riuscirono a riprendersi le spade e ne sgozzarono un gran numero, ma furono ben presto circondate dalle Amazzoni e sopraffatte dal numero. Furono tutte uccise, dopo una vigorosa resistenza. Myrina fece bruciare su tre roghi i corpi delle compagne uccise e fece innalzare con la terra tre grandi tumuli, che sono chiamati ancor oggi le tombe delle Amazzoni. In seguito le Gorgoni, che si erano moltiplicate, furono attaccate anche da Perseo, figlio di Zeus (Dia); Medusa era allora la loro regina. Infine le Gorgoni, così come la razza delle Amazzoni, furono sterminate da Eracle, quando, durante la sua spedizione a Occidente, pose una colonna in Libia, poiché non poteva tollerare che, dopo tutti i benefici che egli aveva offerto al genere umano, ci fosse una nazione governata da donne.

Si dice che il lago Tritonide sia completamente scomparso a causa di terremoti, che hanno fatto rompere la diga verso l’Oceano.

Myrina, dopo aver percorso con il suo esercito gran parte della Libia, entrò in Egitto, dove si legò d’amicizia con Horus, figlio d’Iside, che era in quel tempo il re del paese. Di là, andò a fare la guerra agli Arabi, e ne sterminò un grandissimo numero. In seguito, sottomise tutta la Siria; gli abitanti della Cilicia le andarono incontro offrendole doni e promettendole di sottomettersi volontariamente ai suoi ordini. Myrina lasciò loro la libertà, poiché erano venuti ad arrendersi spontaneamente. Perciò ancor oggi essi sono chiamati Eleuthero–Cilici. Dopo aver fatto la guerra ai popoli che abitano presso il monte Tauro, famosi per la loro forza, ella entrò nella grande Frigia, situata presso il mare, e, dopo aver percorso con il proprio esercito diverse terre lungo il mare, terminò la sua spedizione lungo il fiume Caïcus. Nel paese conquistato, scelse i luoghi più adatti per la fondazione di città; ne costruì parecchie, tra le quali una portò il suo nome. Alle altre città diede il nome delle Amazzoni che avevano comandato i principali corpi d’armata, come le città di Cyme, di Pitana e di Priene, che si trovano sul mare, e ne fondò diverse altre all’interno. Sottomise anche alcune isole e particolarmente Lesbo, ove fondò la città di Mitilene, dal nome di sua sorella, che aveva partecipato alla spedizione. Mentre andava a sottomettere altre isole, la sua nave fu colpita da una tempesta; e, implorando la madre degli dèi per la propria salvezza, fu gettata su un’isola deserta; seguendo un avvertimento ricevuto in sogno, consacrò tutta quell’isola alla dea che aveva invocato, le eresse degli altari e istituì sacrifici in suo onore. Diede a quell’isola il nome di Samotracia che, tradotto in greco, significa « isola santa ». Alcuni storici sostengono che quell’isola dapprima si chiamasse Samos e che dopo divenne Samotracia, dai Traci che vi abitavano. Comunque sia, quando, secondo la tradizione, le Amazzoni ebbero conquistato il continente, la madre degli dèi portò in quest’isola, a lei gradita, dei coloni per popolarla, tra i quali i propri stessi figli, i Coribanti, il cui padre è rivelato solo a coloro che sono iniziati ai misteri. Quella dea insegnò loro i misteri che ancor oggi sono celebrati nell’isola, e vi consacrò un tempio inviolabile. A quell’epoca, Mopso di Tracia, bandito dalla patria da parte del re Licurgo, invase il paese delle Amazzoni con un esercito. Sipilo, della nazione degli Sciti, bandito a sua volta dalla propria patria, la Scizia, limitrofa della Tracia, si unì alla spedizione di Mopso. Vi fu una battaglia; le truppe di Mopso e di Sipilo riportarono la vittoria. Myrina, la regina delle Amazzoni, e la maggior parte delle sue compagne furono massacrate. Vi furono in seguito diversi altri combattimenti nei quali i Traci rimasero vincitori, e ciò che rimaneva dell’esercito delle Amazzoni si ritirò in Libia. Questa fu, secondo la mitologia, la fine della spedizione delle Amazzoni.

LVI. Poiché abbiamo menzionato gli Atlanti, pensiamo che non sia fuori luogo riferire ciò che essi raccontano sulla nascita degli dèi. Le loro tradizioni non sono, a tal proposito, molto lontane da quelle dei Greci. Gli Atlanti abitano sul litorale dell’Oceano, in una terra molto fertile. Sembrano distinguersi dai loro vicini per la loro pietà e la loro ospitalità. Pretendono che il loro paese sia stato la culla degli dèi, e il più celebre di tutti i poeti della Grecia sembra condividere tale opinione, quando fa dire a Hera: “Parto per visitare i limiti della Terra, l’Oceano, padre degli dèi, e Teti, loro madre”. Ora, secondo la tradizione mitologica degli Atlanti, il loro primo re fu Urano. Quel principe radunò tra le mura d’una città gli uomini, che prima di lui erano sparsi per le campagne. Ritirò i suoi sudditi dalla vita selvaggia, insegnò loro l’uso dei frutti e la maniera di conservarli, e trasmise loro diverse altre invenzioni utili. Il suo impero di estendeva su quasi tutta la terra, ma principalmente verso occidente e verso il nord. Preciso osservatore degli astri, egli predisse diversi eventi che dovevano accadere nel mondo, e insegnò alle nazioni a misurare l’anno tramite il percorso del sole, e i mesi con il corso della luna, e divise l’anno in stagioni. Il volgo, che ignorava l’ordine eterno del movimento degli astri, ammirava queste predizioni e guardava colui che le aveva fatte come un essere soprannaturale. Dopo la sua morte, i popoli gli decretarono onori divini, in ricordo dei benefici che avevano ricevuto da lui. Diedero il suo nome all’universo; sia perché gli attribuivano la conoscenza della levata e del tramonto degli astri e d’altri fenomeni naturali, sia per testimoniare la loro riconoscenza con gli onori eminenti che gli rendevano. Infine lo chiamarono re eterno di tutte le cose.

LVII. Secondo le stesse tradizioni, Urano ebbe quarantacinque figli, da diverse donne ; ne ebbe diciotto da Titea. Questi ultimi, ciascuno dei quali aveva un nome particolare, furono identificati col nome collettivo di Titani dal nome della loro madre. Titea, conosciuta per la sua saggezza e la sua benevolenza, fu, dopo la morte, elevata al rango degli dèi da coloro che aveva colmato di beni, e il suo nome fu mutato in quello di Gea (Terra). Urano ebbe anche parecchie figlie, e le due maggiori furono le più famose, Basilea e Rea, che qualcuno chiama anche Pandora. Basilea, la più grande e al tempo stesso la più saggia e la più intelligente, allevò tutti i suoi fratelli e prodigò loro le cure di una madre. Perciò fu soprannominata la Grande Madre. Quando suo padre fu elevato al rango degli dèi, ella salì sul trono col consenso dei popoli e dei suoi fratelli. Era ancora vergine e, per un eccesso di saggezza, non voleva sposarsi. Più tardi, per avere dei figli che potessero succederle nella regalità, Sposò Hyperion, quello tra i fratelli che più amava. Ne ebbe due figli, Helio e Selene, entrambi ammirevoli per bellezza e saggezza. La sua felicità attirò a Basilea la gelosia dei fratelli i quali, temendo che Hyperion s’impadronisse del regno, concepirono un disegno esecrabile. Complottarono tra loro e sgozzarono Hyperion e annegarono nell’Eridano suo figlio Helio, che era ancora un bambino. Quando tale disgrazia fu scoperta, Selene, che amava molto il fratello, si precipitò dall’alto del palazzo. Mentre Basilea cercava lungo il fiume il corpo di suo figlio Helio, si addormentò per la stanchezza e vide in sogno Helio che la consolò, raccomandandole di non affliggersi per la morte dei suoi figli ; aggiunse che i Titani avrebbero ricevuto il meritato castigo, che sua sorella e lui si sarebbero trasformati in esseri immortali per ordine d’una provvidenza divina; che quello che un tempo si chiamava il cielo del fuoco sacro sarebbe stato indicato dagli uomini col nome di Helio (Sole), e che l’antico nome di Mene sarebbe stato mutato in quello di Selene (Luna). Al suo risveglio, ella raccontò al popolo il sogno che aveva avuto, e le sue disgrazie. Poi ordinò di accordare ai suoi figli onori divini, e proibì a chiunque di toccare il loro corpo. Dopo di che, fu presa da una specie di mania. Afferrava i giocattoli della figlia, e strumenti rumorosi, e andava in giro per tutto il paese, con i capelli sciolti, danzando come al suono dei timpani e dei cimbali, causando sorpresa in chi la vedeva. Tutti ebbero pietà di lei; qualcuno cercò di fermarla, quando arrivò una gran pioggia, accompagnata da tuoni in continuazione. Il quel momento, Basilea scomparve. Il popolo, rimasto attonito per l’evento, collocò Helio e Selene tra gli astri. Furono innalzati altari in onore della loro madre e si offrirono sacrifici, con altri onori, al suono di timpani e cimbali, imitando ciò che ella aveva fatto.

LVIII. I Frigi raccontano in modo diverso la nascita di questa dea. Secondo la loro tradizione, Meone, che regnava un tempo sulla Frigia e la Lidia, sposò Dindima e ne ebbe una figlia. Non volendo allevarla, ma espose sul monte Cibelo. Là, protetta dagli dèi, la bambina fu nutrita dal latte delle pantere e d’altri animali feroci. Alcune donne, che portavano le loro greggi a pascolare sulla montagna, furono testimoni di questo fatto miracoloso; presero con sé la bambina e la chiamarono Cibele, dal nome del luogo ove l’avevano trovata. La ragazza, crescendo, si fece notare per bellezza, intelligenza e spirito. Inventò il primo flauto a diverse canne e introdusse nei giochi e nella danza i cimbali e i timpani. Compose rimedi purificanti per gli animali malati e i neonati e, poiché guariva molti bambini, che teneva tra le braccia, con canti magici, ricevette per tali buoni gesti il nome di Madre della montagna. Si dice che il suo amico più intimo fosse Marsia il Frigio, un uomo ammirato per il suo spirito e la sua saggezza. Marsia diede una prova del suo spirito quando inventò il flauto semplice, capace di imitare da solo tutti i suoni del flauto a diverse canne, e si può valutare la sua castità dal fatto che morì senza aver conosciuto i piaceri di Venere. Tuttavia, arrivata all’età della pubertà, Cibele amò un giovane del paese, chiamato prima Attis e poi Papas. Ebbe con lui rapporti intimi e rimase incinta, quando fu riconosciuta dai suoi genitori.

LIX. Ricondotta al palazzo del re, fu dapprima ricevuta come una vergine dal padre e dalla madre. La sua colpa fu poi scoperta e il padre fece uccidere le pastore che l’avevano nutrita, e Attis, e lasciò insepolti i loro corpi. Trasportata dall’amore per quel giovane e afflitta dalla sorte delle sue nutrici, Cibele impazzì e percorse il paese coi capelli sciolti, gemendo e battendo il tamburo. Marsia, preso dalla commiserazione, si mise a seguirla volontariamente, in ricordo dell’amicizia che un tempo le aveva portato. Arrivarono così insieme presso Dioniso a Nisa e qui incontrarono Apollo, celebre in quel tempo come suonatore di cetra. Si pretende che Hermes sia stato l’inventore di questo strumento, ma che Apollo sia stato il primo che se ne servì con metodo. Marsia entrò in gara con Apollo per l’arte della musica, e scelsero gli abitanti di Nisa come giudici. Apollo suonò per primo sulla cetra, senza accompagnamento di canto, ma Marsia, col suo flauto, colpì maggiormente gli ascoltatori per la novità del suono e per la melodia della sua arte, se sembrò in grado di vincere di gran lunga sul rivale. Convennero di riprendere la gara e di dare ai giudici una nuova prova della loro abilità. Apollo suonò dopo il rivale e, mescolando il canto al suono della cetra, sorpassò di gran lunga il suono primitivo del flauto da solo. Marsia, indignato, protestò agli uditori la propria frustrazione contro l’ingiustizia; perché bisognava valutare l’esecuzione strumentale e non la voce, ma si trattava di sapere se fosse la cetra o il flauto a vincere per armonia e melodia del suono. In una parola, era ingiusto impiegare due arti contro una sola. Apollo rispose, secondo quanto raccontano i mitologi, che non aveva preso alcun vantaggio su di lui; che aveva fatto come Marsia che soffiava nel suo flauto e che, affinché la lotta fosse uguale, bisognava che nessuno dei due antagonisti si servisse della bocca nell’esercizio della propria arte, oppure che entrambi non si servissero delle dita. Gli uditori trovarono che Apollo aveva ragionato giustamente e ordinarono una nuova prova. Marsia fu vinto ancora e Apollo, che era rimasto inasprito dalla lotta, lo scorticò vivo. Apollo tuttavia se ne pentì poco tempo dopo e, constatando quanto aveva fatto, ruppe le corde della sua cetra e fece scomparire il modo armonico che aveva inventato. Le Muse poi ritrovarono la Mese, Linus Lichanos, Orfeo e Thamiris, Hipate e Paripate. Apollo depose nella grotta di Dioniso la sua cetra e i flauti di Marsia, divenne amante di Cibele e l’accompagnò nei suoi spostamenti sino agli Iperborei. In quell’epoca, i Frigi erano afflitti da una malattia e la terra era sterile. Nella loro sventura, gli abitanti si rivolsero all’oracolo, che ordinò loro di seppellire il corpo di Attis e d’onorare Cibele come una dea. Ma poiché il corpo di Attis era stato interamente corroso dal tempo, i Frigi lo raffigurarono come un giovane uomo. Davanti a lui facevano grandi lamentazioni, per calmare la collera di colui che era stato ingiustamente messo a morte. Questa cerimonia si è conservata sino ad oggi. Compiono anche sacrifici annuali in onore di Cibele sui loro antichi altari. Infine le costruirono un magnifico tempio a Pisinunte, in Frigia, e le dedicarono delle feste. A questa solennità contribuì grandemente il re Mida. La statua di Cibele è circondata da leoni e da pantere, perché si ritiene che la dea fosse allattata da quegli animali. Ecco quello che i Frigi e gli Atlanti, che abitano sulle rive dell’Oceano, raccontano della madre degli dèi.

LX. Dopo la morte d’Hyperion, i figli d’Urano si divisero il regno. I più celebri furono Atlante e Cronos. Le terre litorali erano toccate in sorte ad Atlante, che diede il suo nome ai suoi sudditi Atlanti, e alla più alta montagna del suo paese. Atlante eccelleva nell’astrologia e fu il primo a raffigurare il mondo come una sfera. Di là viene la favola, secondo la quale Atlante porta il mondo sulle sue spalle. Atlante ebbe parecchi figli; ma Espero si distinse solo per la sua pietà, per la sua giustizia e la sua dolcezza. Salito in cima all’Atlante per osservare gli astri, Espero fu improvvisamente portato via da un vento impetuoso. Il popolo, toccato dalla sua sorte, e ricordandosi le sue virtù, gli decretò gli onori divini, e consacrò al suo nome il più brillante degli astri.

Atlante fu anche padre di sette figlie che, dal nome del padre, furono chiamate Atlantidi; i nomi di ciascuna di loro sono: Maia, Elettra, Taigete, Asterope, Merope, Alcione e Celeno. Esse si congiunsero ai più nobili degli eroi e degli dèi, e generarono figli che furono i capi di molti popoli e che in seguito divennero famosi come i loro padri. Maia, la maggiore di tutte, ebbe da Zeus (Dia) un figlio chiamato Hermes, che fu l’inventore di parecchie arti utili agli uomini. Le altre Atlantidi ebbero pure figli celebi; gli uni diedero la nascita a diverse nazioni, e gli altri fondarono città. Perciò non solo alcuni Barbari, ma anche i Greci, fanno discendere dalle Atlantidi la maggior parte dei loro antichi eroi. Queste donne erano d’una saggezza notevole; dopo la loro morte, elles furono venerate come divinità e poste nel cielo, sotto il nome di Pleiadi. Le Atlantidi furono chiamate anche Ninfe, perché nel loro paese si chiamavano così tutte le donne.

LXI. Secondo il racconto dei mitologi, Cronos, fratello d’Atlante, si fece invece notare per la sua empietà e avarizia. Sposò sua sorella Rea, e generò Zeus (Dia), in seguito soprannominato l’Olimpico. Ci fu un altro Zeus (Dia), fratello d’Urano e re di Creta, ma era inferiore in gloria a quello che nacque dopo, perché quest’ultimo divenne padrone del mondo intero. Zeus (Dia), re di Creta, ebbe dieci figli chiamati Cureti; chiamò l’isola di Creta Idea, dal nome di sua moglie ; vi fu sepolto e si mostra ancor oggi il luogo della sua tomba. Tuttavia i Cretesi raccontano le cose in modo differente, e vi ritorneremo parlando della storia di Creta. Cronos regnò sulla Sicilia, la Libia, e persino sull’Italia. In breve, estese il suo impero su tutti i paesi dell’Occidente. Costruì in questo paese fortezze, affidate a guardie, e fortificò tutti i punti elevati. Ecco perché si chiamano ancor oggi Saturniani (Cronou) i luoghi elevati che si vedono in Sicilia e nei paesi occidentali. Zeus (Dia), figlio di Cronos, condusse una vita del tutto opposta a quella di suo padre; si mostrò dolce e benevolo verso gli uomini. Perciò gli uomini lo chiamarono Padre. Succedette al comando dell’impero, sia che Cronos glie lo avesse ceduto volontariamente, sia che vi fosse stato costretto dai suoi sudditi, che lo odiavano. Zeus (Dia) vinse suo padre, che era venuto ad attaccarlo coi Titani, e s’impadronì del trono. In seguito percorse tutta la terra per spargere i suoi benefici sulla razza degli uomini. Dotato di gran forza e di molte altre qualità, divenne ben presto padrone del mondo intero. Si sforzò di rendere felici i suoi sudditi, puniva severamente gli empi e i malvagi. Così, dopo la sua morte, gli uomini gli diedero il nome di Zeus, perché aveva insegnato loro a vivere bene. Per riconoscenza lo elevarono al cielo e gli decretarono il titolo di dio e di signore eterno di tutto l’universo. Ecco in breve quali sono le tradizioni degli Atlanti, relative all’origine degli dèi.

di Diodoro Siculo

(11 Giugno 2010)

link: http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=324

Sardegna. Scoperti due nuovi siti archeosub nelle acque della Maddalena

Sardegna. Scoperti due nuovi siti archeosub nelle acque della Maddalena

Autore: Martina Calogero Nei fondali del litorale nord-orientale della Sardegna sono stati scoperti due importanti siti archeologici sommersi grazie alla collaborazione tra i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Cultura di Sassari, i Subacquei di Cagliari, gli archeologi della Soprintendenza per i Beni Culturali per le province di Sassari e Nuoro e la Sezione Investigazioni Scientifiche di Sassari.

Il primo sito, individuato nelle acque prospicienti alla località Costa Paradiso – Trinità d’Agultu e Vignola (Ss), conserva alcuni dolia romani, databili al primo secolo dopo Cristo, che giacciono a oltre cinquanta metri di profondità. Il secondo giacimento, secondo gli archeologi più rilevante dal punto di vista scientifico e scoperto nel Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, vicino alla Cala Corsara dell’isola di Spargi, è collegabile al relitto di un’imbarcazione oneraria romana, databile a un’epoca compresa tra il secondo secolo avanti Cristo e il secondo secolo dopo Cristo.

I ricercatori hanno recuperato anche alcuni reperti della nave – tra cui alcune lamine in piombo, molti frammenti di legno e cinque chiodi bronzei, appartenenti alla carena e alla struttura dell’imbarcazione – che saranno studiati dagli archeologi marini della Soprintendenza per organizzare un’eventuale campagna di recupero.

I due ritrovamenti hanno un considerevole valore scientifico e potranno fornire nuovi dati per ricostruire la storia del commercio marittimo nell’isola all’epoca della dominazione romana.

Serbia, Dimitrovgrad. Torna alla luce una strada di epoca romana a due corsie

Serbia, Dimitrovgrad. Torna alla luce una strada di epoca romana a due corsie

Autore: Martina Calogero Durante i lavori per la realizzazione di una nuova autostrada nel sud della Serbia è stata ritrovata, vicino alla piccola città di Dimitrovgrad, una strada romana in buono stato di conservazione databile al primo secolo dopo Cristo. La via militaris misura otto metri di larghezza ed è suddivisa in due corsie di marcia.

Miroslav Lazic, capo archeologo del sito, ha aggiunto che sono stati scoperti numerosi ferri di cavallo che dimostrano che si trattava di una via importante. Realizzata nella prima metà del secolo è stata abbandonata e dimenticata col passare dei secoli.

Kadanuumuu, un australopiteco che camminava in posizione eretta

Kadanuumuu, un australopiteco che camminava in posizione eretta

giugno 25, 2010

di Aezio

Un team di antropologi guidato da Yohannes Haile-Selassie, del Cleveland Museum of Natural History, ha studiato lo scheletro di un Australopithecus afarensis scoperto nel 2005 che, secondo la loro analisi, camminava in posizione eretta.

Soprannominato Kadanuumuu (nella lingua Afar: “big man”, grande uomo), la creatura visse 3.6 milioni di anni fa nell’area di Woranso-Mille, nella depressione di Afar, in Etiopia – a 50 km di distanza da dove venne trovato il più famoso individuo di Australopithecus afarensis: Lucy.

Un osso dello scheletro di Kadanuumuu (KSD-VP-1/1) scoperto nel 2005 (Yohannes Haile-Selassie, Cleveland Museum of Natural History)

Korsi Dora è la località in cui è stato scavato lo scheletro (PNAS)

Gli australopitechi condividono alcuni tratti sia con gli scimpanzé (per esempio, visi “sporgenti” e cervelli piccoli) che con gli umani. Più importante, il loro scheletro sembra essere adatto alla camminata in posizione eretta.

Finora sono più di 30 gli ossi di Kadanuumuu ad esser stati scoperti. Tra questi, quelli degli arti, clavicole, scapole, gabbia toracica e bacino.

La sorprendente somiglianza delle caratteristiche delle sue ossa con quelle degli uomini moderni, dice Haile-Selassie, suggerisce che gli odierni scimpanzé non siano dei buoni modelli per lo studio dei primi antenati umani.

Per esempio, la scapola di Kadanuumuu è molto meno simile a quella delle scimmie antropomorfe di quanto si pensasse basandosi sui frammenti scheletrici di Lucy.

Anzi, se ne evincerebbe che l’Australopithecus afarensis non fosse né migliore né peggiore nell’arrampicarsi sugli alberi di quanto non faccia oggi l’essere umano.

Il parziale scheletro di Kadanuumuu (CMNH/PNAS)

Lo studio, pubblicato su PNAS, sostiene che Kadanuumuu fosse più adatto alla camminata in posizione eretta di quanto non fosse la stessa Lucy, che pure è più giovane di circa 400000 anni. In particolare è stata notata la maggiore lunghezza degli arti inferiori di Kadanuumuu rispetto a quelli di Lucy, una caratteristica che avrebbe reso più facile la camminata.

Quando venne trovata Lucy, gli scienziati pensarono che la sua specie fosse nel mezzo di una transizione dall’arrampicata sugli alberi e la camminata in posizione eretta.

Lo scheletro di Kadanuumuu suggerisce invece che questa transizione avvenne già centinaia di migliaia di anni prima, dice Haile-Selassie.

Ma allora perché Lucy sembrerebbe meno adatta alla camminata in posizione eretta?

Riproduzione di Lucy (Dave Einsel/Getty Images)

Perché eccezionalmente piccola, risponde Haile-Selassie.

Negli ultimi 35 anni, infatti, sono stati trovati altri campioni di Australopithecus afarensis che suggeriscono una corporatura più grande di quella di Lucy (alta 1.1 metri) e persino di quella di Kadanuumuu (alto 1.5 – 1.8 metri) – bisogna però considerare che significative differenze nella grandezza tra individui di Australopithecus afarensis sono state trovate anche a seconda del sesso.

L’essersi basati essenzialmente su Lucy, il cui scheletro rimane il più completo della sua specie, potrebbe aver condotto diversi scienziati a interpretazioni sbagliate.

Queste conclusioni sono inoltre compatibili con le famose impronte fossili di Laetoli, scoperte nel 1976 in Tanzania. Lasciate circa 3.6 milioni di anni fa da tre individui, probabilmente Australopithecus afarensis, queste impronte mostrano un’andatura in posizione eretta – molto prima, dunque, del tempo di Lucy.

I calchi dell’Olduvai gorge museum, in Tanzania (docnico/flickr)

“Ciò che abbiamo adesso sono le prove scheletriche che integrano quelle orme”, dice Haile-Selassie.

Un punto su cui concorda anche Donald Johanson, il paleoantropologo dell’Università dell’Arizona che scoprì Lucy nel 1974: “Ciò supporta molto di quello che già conoscevamo” (riguardo all’abilità dell’australopiteco di camminare in posizione verticale).

Egli non è tuttavia convinto che Kadanuumuu fosse più adatto di Lucy per farlo.

Altra raffigurazione di Lucy (Tim Boyle, Getty Images)

Lo studio potrebbe insomma indurre gli antropologi a guardare molto più indietro per cercare quando i primi ominidi iniziarono a camminare su due gambe in posizione eretta.

Forse cominciò già l’Australopithecus anamensis, vissuto nell’Africa orientale tra i 4.2 e i 3.9 milioni di anni fa. Oppure, addirittura, l’Ardipithecus ramidus (anche se al riguardo esistono diversi dubbi), abitante dell’Etiopia 4.4 milioni di anni fa.

Fonti: MSNBC, National Geographic.

Ritrovata Avaris, città egizia di oltre 3.500 anni fa

Ritrovata Avaris, città egizia
di oltre 3.500 anni fa

Sotto al delta del Nilo un team di archeologi austriaci
ha scoperto i resti di una città che fu la capitale della popolazione Hyksos, una popolazione nomade asiatica

ARCHEOLOGIA

Ritrovata Avaris, città egizia
di oltre 3.500 anni fa

Sotto al delta del Nilo un team di archeologi austriaci
ha scoperto i resti di una città che fu la capitale della popolazione Hyksos, una popolazione nomade asiatica

La mappa satellitare di Avaris, città egizia scoperta da  archeologi austriaci
La mappa satellitare di Avaris, città egizia scoperta da archeologi austriaci

MILANO – Avaris fu, circa 1.500 anni prima di Cristo, la capitale egiziana del popolo Hyksos (il cui nome significa «sovrani dei Paesi stranieri»), stirpe nomade asiatica che discese in Egitto al termine del Medio Regno, per governarvi dal 1664 al 1569 a.C.. Ora una missione archeologica austriaca ha localizzato alcuni resti di questa città nei pressi del villaggio di Tell El-Dab’a, nella regione nord orientale del delta del Nilo.

LA SCOPERTA – È una scoperta importante per gli archeologi di tutto il mondo. Il team austriaco è presente nell’area già da 35 anni: i primi studi per ritrovare Avartis furono avviati nel 1975. Come ha raccontato l’archeologa a capo della cordata Irene Mueller, grazie all’uso del radar il suo gruppo di studiosi ha potuto identificare la struttura urbanistica di Avaris, e riconoscere diverse vie, costruzioni, abitazioni, templi, un porto affacciato sul Nilo, due isole sommerse, pozzi di diverse dimensioni. Il tutto sotto a una zona particolarmente ricca di verde e coltivazioni, come è possibile vedere nelle immagini da satellite in cui viene sovrapposta l’attuale conformazione fisica del territorio all’estensione della vecchia capitale egizia. Proprio per via delle molte abitazioni e aree agricole presenti oggi nella zona, è difficile fare scavi per portare alla luce gli antichi resti.

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GLI HYKSOS – A governare questa capitale egizia fu una popolazione che arrivò sul delta del Nilo dall’Asia, gli Hyksos. Veneratori del dio Seth, cui edificarono un tempio ad Avartis, erano composti da semiti e cananei. Da questa città questi nomadi si spostarono poi verso Menfi, ma non governarono mai oltre il Medio Egitto. Furono molti gli scambi con altre popolazioni, negli scritti si trovano infatti tracce dei loro rapporti con Creta, l’Anatolia, le isole dell’Egeo. Come già facevano i faraoni, anche gli Hyksos usavano incidere i propri nomi sugli scarabei (considerati animali sacri) poi collocati tra i bendaggi delle mummie. È grazie a loro che in Egitto si iniziarono a usare i cavalli come animali da traino, e i carri per combattere in guerra.

Eva Perasso

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